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Ricordi di sessant’anni fa a San Teodoro: gli ospiti di passaggio

Non avevo ancora dieci anni quando ebbe inizio, per la mia famiglia, la bella consuetudine di trascorrere in campagna una settimana di grande spensieratezza e allegria insieme a tutti gli zii e cugini di parte materna. L’invito veniva fatto a tutti noi dallo zio Stefano, fratello di mia madre, da sua moglie Maria e dalla loro figlia Paolina. La casa mio zio se l’era costruita su un appezzamento di terreno concessogli dai suoceri che abitavano poco distanti. Io ho amato molto questi miei zii, perché erano persone semplici, affettuose e ospitali. La loro casa non era grande, ma riusciva ugualmente a contenerci tutti.
Al centro sorgeva un vasto terreno ricco di ulivi e di alberi da frutto dove noi bambini giocavamo in piena libertà e felici di stare insieme. C’erano anche diversi animali compreso un grosso maiale, che proprio in quel periodo veniva sacrificato per le esigenze alimentari della famiglia.
Per l’occasione arrivavano dalla Maddalena lo zio Martino con le figlie; Paolina, Aurora, Dina; la zia Annetta con Maria Paola; Brunello; Paola e Edoarda, figlie dello zio Roberto; Edoardo e Antonio figli di zia Meni; ed infine io con mia madre. Mio padre era presente solo qualche volta perché lavorava in Corsica. Per raggiungere S. Teodoro si doveva prendere il pullman perché le macchine allora le possedevano soltanto pochi fortunati, ma per noi bambini quel viaggio, che durava meno di mezz’ora, rappresentava una vera festa e poco meno di un’avventura.

In località la Traversa, a un chilometro da San Teodoro, c’era la fermata obbligatoria e noi bambini per scendere ci precipitavamo. Ad attenderci c’era tutta la famiglia che ci veniva incontro sorridente e felice di vederci. Grande scambio di baci e abbracci, complimenti e convenevoli e poi noi bambini di corsa a casa e immediatamente giù nel cortile a vedere il povero maiale squartato. Gli uomini avevano fatto già il lavoro più grosso ed ora spettava alle donne proseguire nella scelta delle carni per confezionare salsicce, salami, preparare il lardo e il grasso, allora tanto utile per il condimento delle vivande, infine tutto ciò che si poteva utilizzare. Nel mentre noi bambini eravamo completamente liberi di correre, giocare e arrampicarci sugli alberi per cogliere e mangiare ottime pere. Non si salvavano neanche quelle selvatiche, dette in dialetto “pirastru”, le quali quando sono mature acquistano un colore marrone scuro e hanno un gusto veramente gradevole. A distanza di tanti anni mi sembra di sentire ancora l’ottimo sapore e quante scorpacciate ci siamo fatti senza mai accusare un mal di pancia!
Ogni tanto, stanchi di correre, finivamo per terra a fare capriole, a scherzare e ridere per ogni nonnulla. All’ora di pranzo lo zio Stefano ci veniva a cercare. Mi sembra di vedere ancora il suo sorriso quando ci prendeva a cavallino un po’ per ciascuno onde evitare fra noi piccole gelosie e ci avviava in questo modo verso la calda cucina. Qui zia Maria e mia madre avevano preparato un sostanzioso e profumato risotto, naturalmente arricchito con la carne gustosa del povero maiale. Ricordo ancora con quale gagliardo appetito divoravamo quel delizioso pranzetto. Mentre noi non lasciavamo niente facendo a gara per lasciare pulito il piatto, i grandi ci osservavano mangiare soddisfatti.

Terminato il pasto eccoci di corsa e di nuovo fuori a giocare mentre gli adulti riprendevano il loro prezioso lavoro. Alla sera noi piccoli, stanchissimi, rientravamo finalmente a casa e c’era chi si gettava da una parte, chi dall’altra, chi addirittura si addormentava, salvo per poi scattare tutti in piedi all’ora di cena e sedersi di nuovo a tavola affamati come lupetti. Come eravamo contenti di stare insieme per tutti quei giorni e in un ambiente così simpatico e divertente! Dopo la cena le donne riordinavano la cucina e poi ci si metteva a sedere davanti al camino, i piccoli al centro e i grandi in cerchio dietro di noi. Rivedo ancora da una parte del camino zio Stefano e dall’altra zio Martino.

L’illuminazione consisteva in un lume a petrolio e qualche candela, perché la corrente elettrica non c’era essendo La Traversa ancora aperta campagna. Ma noi stavamo bene lo stesso, anzi ci sembrava tutto più divertente e nuovo. I nostri meravigliosi zii raccontavano antichi fatti e leggende che stimolavano in noi interesse e curiosità. Non mancavano aneddoti e racconti che ci mettevano paura, tanto che zia Maria toccava il braccio del marito e gli diceva: ” Finila, Stevané, chi li steddhi so timendi” (Finiscila Stefano, ché i ragazzini stanno temendo). Gli zii continuavano ad alternarsi con i loro racconti e noi bambini, nonostante la paura, stretti gli uni agli altri, ascoltavamo senza stancarci, finché qualcuno crollava vinto dal sonno ed allora tutti a nanna.

A questo punto però veniva il bello, perché uno di noi doveva prendere il lume e fare strada fino alla camera da letto. Per paura nessuno voleva andare per primo, ma poi, tra uno spintone e l’altro, ci si trovava tutti vicini al letto. Ricordo che i nostri genitori si divertivano vedendoci così impauriti ed esitanti. Ci aspettavano poi delle vere acrobazie per sistemarci perché non si trattativa di un matrimoniale, ma di un letto da una piazza e mezzo e noi eravamo in sei. Quale groviglio di gambe si formava, ma poi la stanchezza aveva la meglio e sprofondavamo nel sonno fino all’indomani mattina, trovandoci uno sull’altro, e allora grandi risate finché affamati ci precipitavamo giù dal letto per andare a consumare l’abbondante prima colazione.

Poco dopo aveva inizio un’altra allegra giornata. Ricordo perfettamente che una sera fummo invitati per il dopo cena da zia Gavina e zio Giovanni, genitori di zia Maria e della sorella di quest’ultima. A noi bambini venne fatta la proposta di uscire con i grandi , oppure di andare a letto affidati a zia Maria che sarebbe rimasta a casa. Rifiutammo con sdegno. Neanche per sogno avremmo rinunciato alla novità allettante, incuranti del freddo di quella notte invernale. Pregustavamo l’insperata uscita notturna e le coccole e le cose buone che i due anziani così affettuosi ci avrebbero dato. Non stavamo nella pelle per la gioia e non avremmo perso quell’occasione per tutto l’oro del mondo. Ricordo che noi piccoli venimmo imbacuccati per bene e che lo zio Stefano, tenendo in mano il lume, faceva strada a noi tutti sia pure intirizziti, lo seguivamo felici per tutto ciò che ci aspettava. Sulla porta trovammo zia Marianna che ci venne incontro sorridente e affettuosa. Ci fu un grande scambio di baci e abbracci e ricordo perfettamente che zia disse: “Steddi mei intreti lestri, curriti in cucina chi va unu focu mannu e scalditivi “, (Ragazzi miei entrate veloci correte in cucina che c’è un grande fuoco e scaldatevi)

La cucina era uno stanzone enorme con un grande camino nel quale scoppiettava un enorme fuoco che illuminava e rallegrava tutto l’ambiente. Dopo esserci liberati di capotti, cappellini e sciarpe, ci sedemmo tutti su stuoie e cuscini sistemati per terra. Intanto zia Marianna cominciava a viziarci offrendoci tante cose buone, mentre i grandi parlavano di argomenti che non ci interessavano.

Noi sgranocchiavamo senza sosta noci, mandorle, fichisecchi, biscotti, finché qualcuno vinto dal sonno si appisolava. Ad un certo momento, come di sicuro doveva succedere tutte le sere, arrivarono “ospiti di passaggio” e anche loro si sdraiavano sulle stuoie dove avrebbero passato la notte, non senza essere stati prima rifocillati con cibi caldi. Si trattava di mendicanti ai quali sia Gavina e zio Giovanni offrivano ospitalità quasi tutte le sere. Erano fatti così i genitori di mia zia, erano persone semplici, buone, pronte ad accogliere tutti, la cui generosità e umanità spontanea io non dimenticherò mai.

©Maria Teresa Satta

 

L’ospite di OLBIAchefu:  Maria Teresa Satta, olbiese classe 1939, che fin da ragazza ha sempre coltivato la passione di scrivere i suoi ricordi, le sue emozioni e brevi poesie su fogli di quaderno.


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