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Personaggi olbiesi. Giuseppe Sotgiu: l’avvocato del diavolo

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Figlio di Antonio Sotgiu, che fu sindaco socialista di Olbia tra il 1906 e il 1910, e fratello maggiore di Girolamo Sotgiu, esponente regionale di rilievo del PCI sardo, Giuseppe Sotgiu nacque a Olbia nel 1902. Aveva vent’anni, quando il padre antifascista fu costretto ad ingerire l’olio di ricino, da parte di squadracce appositamente giunte da Civitavecchia. E’ stato, forse, il più grande penalista italiano, uguagliando, nel suo momento di maggior popolarità, la fama del suo collega televisivo Perry Mason e mutuando da quest’ultimo il soprannome di “avvocato del diavolo”.

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Durante il periodo fascista, Giuseppe Sotgiu si trasferì a Roma, ove si dedicò all’insegnamento universitario e alla pubblicazione di testi giuridici di diritto e procedura penale ma, oppositore del regime, non fece carriera e condusse una vita appartata anche sotto il profilo professionale. Solo nel 1949 conseguì per la prima volta una certa notorietà nelle aule giudiziarie, al processo intentato dal deputato comunista Edoardo D’Onofrio contro gli estensori di un libello ove il querelante era stato dipinto come aguzzino dei prigionieri italiani in Unione Sovietica. Sotgiu svolse una requisitoria che durò due intere sedute e durante la quale aprì sul tavolo una grossa valigia di cuoio, piena zeppa di libri, opuscoli e fascicoli dai quali poi, trasse citazioni, ricordi storici ed esemplificazioni.

Alla ribalta delle prime pagine dei giornali giunse tra il 1953 e il 1954, durante i dibattimenti del cosiddetto “caso Montesi”. Wilma Montesi era una giovane ventunenne, alta e di bell’aspetto, trovata morta sulla spiaggia tra Capocotta (Roma) e Torvajanica, in circostanze che lasciano ancora parecchi interrogativi. Il cliente di Sotgiu, il giornalista Silvano Muto, aveva chiamato in causa il figlio di un alto esponente della Democrazia Cristiana e Ministro degli esteri in carica ed era stato querelato. Sotgiu scese in campo adottando, in difesa del suo assistito, una linea aggressiva, con arringhe furiose da paladino della moralizzazione. Inventò un termine che avrebbe fatto fortuna nelle cronache giudiziarie: “capocottari”, per indicare coloro che frequentavano gli equivoci ambienti della tenuta di Capocotta, ove – secondo Muto – sarebbe stato consumato il delitto della povera ragazza.

Se lo scandalo Montesi aveva riempito le colonne dei giornali negli anni cinquanta, nel decennio successivo fu il caso Bebawi a tenere occupate le cronache romane. Il 18 gennaio 1964, in un appartamento di Via Lazio, in Roma, fu scoperto il corpo di Farouk Chourbagi, ucciso a colpi di pistola e poi sfregiato al volto con il vetriolo. Dopo due giorni di indagini, furono arrestati due coniugi egiziani: Claire Ghobrial e Yussef Bebawi che ammisero la relazione sentimentale fra Claire e Farouk e la loro presenza a Roma il giorno del delitto. Ma, a parte ciò, le loro confessioni risultarono inconciliabili, in quanto i due si accusavano reciprocamente del delitto.

Sotgiu, che faceva parte della difesa di Claire Ghobrial, incoraggiò i due coniugi a proseguire nel gioco delle reciproche accuse, giostrando con abilità, suggestione e destrezza, per rendere impossibile alla corte di stabilire il vero o il falso e suscitando continui dubbi nei giurati, sulla consistenza delle prove a loro carico. Dopo due anni di dibattimento e circa trenta ore di camera di consiglio, i due coniugi furono assolti in primo grado per insufficienza di prove: i giudici non erano riusciti a stabilire con certezza chi dei due avesse commesso il delitto, o se i due avessero agito di comune accordo. Anche il pubblico presente in aula applaudì il verdetto.

L’opinione pubblica attribuì il merito della linea difensiva vincente quasi esclusivamente a Giuseppe Sotgiu che, dopo l’assoluzione, era subito apparso, in fotografia, nelle prime pagine dei giornali, sorridente insieme all’imputata, bellissima, che gli stringeva calorosamente la mano. Due anni più tardi – Sotgiu assente – la Corte d’appello condannò entrambi gli imputati, in contumacia, a ventidue anni ciascuno, ma il penalista olbiese già era uscito dalla vicenda con l’aura di “Principe del foro”, la fama di “Perry Mason italiano” e il soprannome di “avvocato del diavolo”.

Gli anni settanta regalarono a Sotgiu un nuovo grande successo sul piano professionale. A Genova, il mare aveva restituito il corpo, appesantito da una cintura di piombo da sub, di una ricca e graziosa ragazzina di nemmeno quattordici anni: Milena Sutter, figlia di un industriale svizzero della cera. Due testimoni dichiararono di aver visto tale Lorenzo Bozano, un ragazzo biondino con alcuni precedenti, davanti alla scuola privata della ragazza. Altre persone avevano notato Bozano anche davanti alla villa dei Sutter, con la sua spider rossa. Bozano, appassionato di immersione subacquea, finì in carcere e fu rinviato a giudizio, con a carico i soli indizi testimoniali ed alcuni appunti interpretati come pro-memoria per un possibile rapimento, trovati nella sua camera d’affitto, ma senza una prova ben precisa.

Sotgiu studiò una difesa volta a presentare “il biondino della spider rossa” come vittima di disagi familiari ma detenuto modello; instillò pietà per Bozano nella giuria che, dopo oltre venti ore di camera di consiglio, lo assolse per insufficienza di prove. Nel processo di appello, Bozano commise un errore decisivo: revocò il mandato all’avvocato Sotgiu e fu condannato all’ergastolo.

Nino Marazzita, che iniziò la professione proprio nello studio di Giuseppe Sotgiu e all’epoca del processo Bebawi, lo ricorda ancora con ammirazione e affetto: “Sotgiu… era una volpe, di un’astuzia incredibile… era una persona che, per me, rappresenta una specie di riferimento di come si fa l’avvocato, per l’astuzia, per la capacità di insinuarsi in qualunque errore dell’accusa. Poi la dialettica. Lui aveva una voce non molto gradevole. Dopo tre minuti che Sotgiu parlava ci si dimenticava il tono della voce perché si restava affascinati dagli argomenti che proponeva a fiume, una spietata logica di conseguenzialità di argomenti. Insomma, affascinava”.

Giuseppe Sotgiu svolse anche una discreta attività politica, nella Capitale e nella sua città di nascita. Nel 1945, fu nominato alla Consulta Nazionale; alle elezioni per l’Assemblea Costituente del 1946, si candidò nelle liste del Partito Democratico del Lavoro, senza essere eletto. Nel 1952 fu eletto Presidente della Provincia di Roma, nelle liste del Partito Comunista. Rimase in carica fino al 1954. Nel 1970 si presentò alle elezioni comunali della sua città natale, nelle liste del PSI e contribuì al successo della sinistra, dopo alcuni decenni. Sotgiu fu eletto sindaco di Olbia, così come suo padre sessantaquattro anni prima; presiedette una Giunta con il PCI e il PRI, con vice sindaco il repubblicano Giorgio Bardanzellu. Successivamente perseguì un accordo con la DC e, nel 1972, fu rieletto sindaco, supportato da una maggioranza di centro-sinistra. La tenuta dell’alleanza, tuttavia, risultò debole e non durò oltre al gennaio del 1973.

Sotgiu fu anche un grande esperto di diritto automobilistico e scrisse molti libri in materia. Tra il 1947 e il 1950 fu Presidente della Commissione giuridica dell’ACI. E’ stato (1954) presidente nazionale dell’UISP – Unione Italiana Sport Per tutti ed ha scritto un libro su “Sebastiano Satta: avvocato e poeta di Sardegna” (1933).

Ha scritto anche “Il processo di Gesù”, una pubblicazione, ormai introvabile, del 1948. Non avendolo potuto consultare, non ci stupiremmo se, nelle pagine di tale pubblicazione,  trovassimo  che “l’avvocato del diavolo” abbia elaborato l’arringa difensiva per Erode o Pilato, se non addirittura per il traditore Giuda e, alla fine della lettura, riuscisse completamente a persuaderci della loro innocenza.

 

© Federico Bardanzellu

Vedi anche https://it.m.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Sotgiu a cura di Federico Bardanzellu.

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