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Nara.mi mare – Poesia in Limba Sarda

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La nostra terra ha subito uno strano fenomeno di trasformazione: da popolo di naviganti, qual era nel periodo nuragico, divenne una sorta di popolo che mantiene le distanze con il mare, tenendo a bada l’immenso abbraccio marino che lambisce le sue coste. Fino all’VIII-VII sec. a.C. la Sardegna partecipava liberamente agli scambi commerciali sul Mediterraneo. Il mare era un veicolo di comunicazione e nutriva lo sviluppo della nostra civiltà. Poi arrivarono i Cartaginesi che, contrariamente ai Fenici, con i quali i sardi avevano rapporti di pacifica collaborazione, diventarono i padroni del nostro mare, imponendo la forza di uno stato militare. Per i sardi il mare divenne una frontiera nemica, un luogo da cui stare alla larga, perché foriero di sventure, violenza e sopraffazione. Noi ci chiudemmo nella solitudine di un silenzio doloroso, disperato, granitico.

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Nara.mi mare

Nara.mi mare, in sa soledade,
timoria de òmines antigos,
sas gherras de lunzinos inimigos
apetighende in s’antighidade.

Su logu nostru fiat concuista,
perun’impoltu de zente nadia,
pro sèculos derrut’e maladia,
a tesu dae te timende pista.

Nara.mi mare de sos navigantes
nch’as incantadu pro rara bellesa,
ma abbramidos de tua richesa,
furada nos l’ant  malos brigantes.

Pro istrejare sa barbaridade,
fuidos semus dae sa costera,
de mare timiamus cuss’andera,
pro inimigos chena piedade.

Canta.mi mare boghes de cantores,
che launeddas mùidas de  ‘entu,
in chel’ ispantos, paret un’ imbentu,
poetes t’ant  piantu cun tenores.

Vanna Sanciu

Terranoa, su 26 de lampadas de su 2016

Traduzione

Raccontami mare

Raccontami mare, nella solitudine,

la paura dei nostri antenati,

le incursioni dei nemici crudeli,

invasori dell’antichità.

 

La Sardegna, terra di conquista,

nessun rispetto per la gente del posto,

per secoli solo distruzione e malattie,

lontano da te, terrorizzati dalle batoste.

 

Raccontami mare dei naviganti

che hai incantato con la tua rare bellezze,

uomini avidi delle tue ricchezze,

ce le hanno sottratte, quei terribili briganti.

 

 

Per allontanarci dalla barbarie,

siamo scappati dalle coste,

temevamo i sentieri che portavano al mare,

c’erano nemici che non conoscevano la pietà.

 

Canta mare, con la voce dei nostri cantori,

suona le launeddas con il sibilo del vento,

il cielo crea lo scenario, sembra un incantesimo,

canta, come gli antichi poeti e i tenori

che piangevano l’esilio dal loro mare.

 

@Vanna Sanciu

 

Le foto all’interno dell’articolo sono di Maurizio Casula  Arca che ringraziamo per la gentile concessione. La foto con Tavolara è di M.A. Amucano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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  • Barbara Mulas

    Bellissimi… Sia la poesia che le foto sono un incanto.

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