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Le visioni di Varalto tra fantastico e immaginario

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Olbia, 19 febbraio 2017 – Varalto è certamente una delle figure più rappresentative dell’arte contemporanea olbiese a cavallo fra il II e il III millennio.
Conosciuto all’anagrafe con il nome di Salvatore Varrucciu, è figlio di una famiglia appartenente alla classe imprenditoriale locale, da cui eredita uno spiccato senso pratico che sin da giovanissimo unisce a una sensibilità artistica innata. Sono queste, precipuamente, le qualità che lo renderanno ambasciatore della sua città natale in diverse parti del mondo.
Addentrarsi oggi nel “Villaggio-centro di produzione artistica Varalto”, nel principiare del Golfo di Cugnana, a pochissimo tempo dalla scomparsa dell’artista, è un’esperienza che senza retorica si potrebbe definire mistica. Il Centro era un grande progetto e un sogno lungimirante, una fucina dove certamente Varalto avrebbe voluto passare il testimone alle nuove generazioni di suoi concittadini, e non, votati all’arte. Ogni ambiente respira ancora di progettualità, sensibilità, guizzi e spunti creativi non giunti a maturazione, volutamente o meno. Gli interni come gli esterni sono una ininterrotta collezione di oggetti del passato uniti in matrimonio ad artefatti, così come il passato sembra essersi legato a un futuro la cui lettura è demandata ai fruitori delle opere.
Varalto, con spirito deliberatamente non accademico, fuori da percorsi d’arte vincolanti, non inseguiva ideali classici per mera emulazione. Seppur guardasse, osservando con curiosità e bramosìa di appartenenza, al passato. Soprattutto al grandioso trascorso storico che ricorre, consapevolmente e in modo ricercato, nel particolare delle sculture metalliche e litiche, come nelle ceramiche e nelle realizzazioni grafiche.
L’artista olbiese era sedotto dalla Sardegna, dalle sue icone. Nella fattispecie di un compendio iconografico isolano remoto per il quale talvolta sposava tesi oggetto di grande discussione. Immaginava queste figure simboliche proiettate nel futuro, perpetuarsi come riti intramontabili. I suoi bronzetti, emblema dell’isola futura nell’immaginario, di una terra e una civiltà mai dimentica delle proprie radici, conservano simboli ancestrali che urlano voglia di vivere a lungo, sicuri nella solidità del metallo lavorato con tecniche consuete e innovative in pari tempo. Fra queste ultime la fusione definita “a canna persa”, alternativa a quella “a cera persa” con cui venivano realizzati i bronzetti ritrovati nei thòlos nuragici. E proprio nel voluto richiamo all’età nuragica i suoi bronzi, stilizzati e antropomorfi, zoomorfi come i loro precursori, sembrano venuti fuori dalla macchina del tempo a raccontare una sardità futura, o di una dimensione parallela dove, però, non mancano la stella della Sartiglia, il cappello e la maschera de su Componidori.

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Su Componidori -Varalto: particolare della stella

Pariglia- Varalto

Molteplici, nella produzione del nostro, le opere dedicate alla giostra dagli ancestrali richiami militari dell’antico Giudicato di Arborea, grazie alle quali viene dato ampio risalto anche alla presenza equestre e all’abilità dei cavalieri nelle spericolate corse a pariglie.

In alcuni casi la morfologia del manufatto sembra voler rappresentare la dinamica dei movimenti durante la corsa sfrenata, aspetto sottolineato da una fusione che presenta il protagonista sospinto verso l’alto, come la sinuosità ritmica della morfologia parrebbe insinuare.

Sartiglia “C” -Varalto

Sovrasta il copricapo la stella, momento topico, veicolante la sacralità dell’evento, pietra filosofale, simbolo apotropaico su cui tutta la tensione dell’evento si scarica giustificando ogni singolo momento, ogni gesto rituale, dalla vestizione de su Componidori alla benedizione degli astanti con in mano lo scettro chiamato sa Pippia de Maju che disegna croci nell’aria a invocazione del trascendente. Tutto questo viene rappresentato da quella stella, il cui valore iconologico non è sfuggito alla sensibilità più intima dell’artista.
Opere dai contenuti intertestuali, sempre facenti parte della copiosa collezione di bronzetti, una citazione è dovuta per il “Sardotauro” dalle sembianze antropo e zoomorfe insieme e per il suo presentarsi itifallico come in ben conosciute statuette dell’età nuragica.

Sardotauro “A” – Varalto

Non manca neanche il frutto dell’ispirazione data dalla Dea Mater o delle maschere barbaricine.

Sardotauro “A” – Varalto


Il pesante metallo, così plasmato si alleggerisce, divenendo pagina di libro aperta alla lettura, eternato nei suoi contenuti, nei suoi valori atavici.
L’esperienza da progettista e costruttore, all’alba del sogno color smeraldo di prìncipi venuti da lontano, consentono a Varalto di vivere direttamente come l’uomo possa arricchire o depauperare l’ambiente, la terra di cui avverte le pulsazioni, di cui cerca di misurare l’età e la longevità. Grazie a questa esperienza che lo porta a collaborare con figure professionali di alta scuola, riuscirà a formulare ipotesi sulla morfologia della sua città nel futuro, prodromi raccolti nelle elaborazioni del ciclo “Architettonando, le città silenziose”. Nell’apparentemente freddo calcolo della figura geometrica che grazie ai colori riesce a vestirsi di passato e di futuro, di bello e di brutto, di entità volumetriche che perdono e trovano simmetrìa, ortogonalità nel trascorrere incoercibile dei secoli, quasi in assenza di mano umana, come se le città si autodefinissero manifestando una propria volontà. Nuovi elementi che si sovrastrutturano e combattono per la supremazia in un eterno divenire, coinvolti in un moto perpetuo che non ha fissità.

Anche il racconto drammatico trova spazio nel figurativismo di Varalto. Fra le sculture litiche più seducenti la “Madre in preghiera” rapisce l’osservatore sensibile per il riflesso della sua contrizione. Quel viso, disposto verticalmente, anela alla benedizione divina. La curvilineità della forma si chiude e completa la postura nella giunzione delle mani in atto di preghiera, inscrivendo nello spazio un cuore capovolto che rimarca un momento di dolore, di ricercata astrazione, di profondo e triste raccoglimento già accennato dall’arcatura della bocca chiusa i cui angoli, rivolti verso il basso, sono testimoni di una sofferenza soffocata, stretta e nascosta dalle sinuosità femminili, nella materna chiusura che non vuole cedere i suoi beni più preziosi, composta e silenziosa nella sua litica solidità.
Quadri realizzati con la tecnica del bassorilievo, questa volta concretizzantisi in pennellate monocromatichedi metallo, materia familiare a Varalto, completano la produzione varia e multiforme. Porzioni di bronzo fuse e levigate, lucidate e tagliate in linee rette, curve, in figure geometriche polimorfi, probabilmente prospezioni alla ricerca della tridimensionalità in quanto già accennato nelle predizioni grafiche dell’urbe di “Architettando”, si incontrano per comporre un testo narrativo, libero nella sua astrattezza e aperto a mille sensazioni. Significante dai molteplici significati, i testimoni dell’arte di Varalto non sono titoli che attendono di essere conosciuti ma opere che desiderano essere svelate, avventure visive e spirituali, ricordi e immagini che meritano di essere vissuti e rivissuti. Magari goduti, per chi vuole, senza per forza comprenderli o interpretarli. 

 

Fra le opere pubbliche, nella piazza Matteotti a Olbia, costituisce il fastigio della fontana centrale la bronzea statua della “Trivenere”, continuum circolare di figura femminile che per tre volte si ripete ai visitatori della piazza. Le linee mosse dei capelli, dopo aver fatto da cornice al volto, accompagnano e sottolineano la caduta dell’acqua che giunge dallo zampillo sovrastante. Donata dallo stesso autore alla sua città negli ormai lontani anni Novanta, la “Trivenere” venne abbandonata al degrado. Un insulto per chi ne vantò la paternità. Per fortuna in chiusura del 2016 la nuova amministrazione comunale e la volontà del primo cittadino Settimo Nizzi hanno restituito splendore e dignità all’opera, insieme a una targa commemorativa leggibile su una parete perimetrale delimitante la piazza, a pochi passi di distanza, che finalmente celebra i meriti artistici con riconoscenza. Olbia continua a sentire il bisogno di cultura e arte, soprattutto di quella che porta la firma dei suoi figli, spesso fugacemente considerati, nelle corse della quotidianità ma che concorrono a costruire l’idea di bellezza. Fra questi Alberto Sanna, Juanne Spano, Lino Pes, Gesuino Rassu… Di coloro scriveremo, magari, in occasioni successive.

©Gian Battista Faedda

 

La statua Trivenere di Piazza Matteotti – foto Olbia.it


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  • Giovanni Deriu

    Félicitations! (y)

    • Rita Cui

      Finalmente un critico autorevole che prende in considerazione un artista di Olbia e lo fa conoscere ai suoi concittadini e non solo. Leggendo l’articolo, ho pensato subito, ma Olbia ha avuto un artista così sensibile e amante delle proprie radici e delle propria città? Ebbene, attraverso la descrizione che l’autore dell’articolo, ha esplorato in mille sfacetatture, ho scoperto una meraviglia che appartiene a Olbia e di cui non conoscevo l’ esistenza.
      Complimenti al giornalista e complimenti alla redazione che è attenta alle meraviglie che la città di Olbia offre e chissà quante altre sorprese ha da far vivere.
      Rita

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