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Le vestigia e i documenti della chiesa di San Paolo gettano una luce sulla Terranova del diciannovesimo secolo

 

Francesco De Rosa, nel suo libro “Tradizioni popolari di Gallura”, Tempio 1899, scrive che sino al 1835, i sacerdoti ed alcune famiglie terranovesi avevano il “privilegio” di seppellire i propri defunti al di sotto della Chiesa di San Paolo ove, a tal fine, erano state realizzate due cripte ed alcune cappelle[1].

Tali famiglie – probabilmente – erano quelle che avevano contribuito, con le loro donazioni, alla ricostruzione pressoché completa della basilica nel 1747; erano i Puzzu, gli Usai, gli Azara, i Derosas, i Lupacciolu, gli Spano, i Bardanzellu, i Brandano, i Dejana, i Degortes, i Dettori, gli Giua, gli Spensatellu, i De Serra, gli Asteghene, i Careddu, i Tamponi e i Farina.

Di tale sepolcreto, all’inizio di questo millennio, si era quasi perso il ricordo, ma esisteva un documento che ne testimoniava l’esistenza in modo inoppugnabile: una foto del 1981 di Gino Guddelmoni, il capomastro dei lavori di ripavimentazione che furono effettuati in quell’anno.

schizzo a cura di M M Amuucano002

Schizzo con indicazione delle dieci cripte in relazione alla chiesa settecentesca -tratto dal quaderno-lavori di M. A. Amucano-

Tale foto spinse Marco Agostino Amucano e Giovanni Fara a richiedere l’autorizzazione dell’allora parroco don Pietrino Ruju a rimuovere un paio botole di accesso esistenti sul pavimento della chiesa per una prima ispezione, che fu effettuata il 7 gennaio 2002. L’operazione portò alla “riscoperta” di alcuni primi ambienti del sepolcreto. In occasione di nuovi lavori di ripavimentazione, tra il mese di settembre e il novembre dello stesso anno, furono identificate con certezza le cripte e le cappelle (otto).  Marco Agostino Amucano ne ha fatto una descrizione esatta nel maggio del 2003, pubblicando l’articolo “A proposito delle cripte mortuarie rinvenute nella chiesa di San Paolo”, sulla piattaforma informatica Academia.eu. Amucano vi ha pubblicato anche un suo preciso schizzo con l’indicazione dei dieci ambienti sepolcrali della chiesa settecentesca.

Nel liber mortuorum della parrocchia risulta che, nel 1835,  l’ultimo defunto ad essere tumulato “in ecclesia Sancti Pauli”, risulta essere stato il piccolo Giovanni Maria Bardanzellu, figlio di Giuseppe e di Lucrezia Spano, scomparso a soli nove mesi, il 17 agosto 1835. Il successivo defunto, infatti, tale Raimondo Palitta, di anni 38, fu sepolto “in cemeterio”, cioè nel cimitero vecchio di San Simplicio.

La curiosità di sapere qualcosa di più sul piccolo Giovanni Maria ci ha spinto ad ulteriori ricerche: sfogliando il libro dei battezzati, abbiamo trovato anche l’atto di battesimo del bambino, datato 30 maggio 1832. Al momento della scomparsa, dunque, Giovanni Maria non aveva soltanto nove mesi ma più di tre anni. Un errore del parroco nella trascrizione? Un brivido ci percorre la schiena, nel sospettare che, al momento del decesso, il piccolo dovesse risultare in condizioni di deperimento tali da dimostrare tanto meno della sua età reale.

La causa di morte è presto detta: tra il 1832 e il 1835, l’Europa e l’Africa settentrionale furono devastate da una pandemia di colera; Terranova e la Sardegna non poterono rimanerne immuni. Fu il colera, la causa che impedì al bambino di crescere e che, alla fine, lo condusse alla morte: una malattia  orribile che, all’epoca, non guardava in faccia a nessuno, ricchi o poveri che fossero.

Era una famiglia agiata, infatti, quella del piccolo Giovanni Maria. Il bisnonno Tomaso Bardanzellu, originario di Luras, era stato sicuramente uno dei contribuenti alla ricostruzione settecentesca della parrocchia (ai Bardanzellu, insieme ai Brandano, era riservata la cappella sotterranea del Cristo Resuscitato, secondo De Rosa). Il padre Giuseppe era l’ultimogenito di Antonio Bardanzellu, “Guardia reale” e comandante della cavalleria miliziana di Terranova, che lo aveva avuto da Anastasia Azara, in seconde nozze. Anche Lucrezia Spano, mamma di Giovanni Maria, come gli ascendenti del marito, faceva parte di una delle famiglie facoltose di Terranova citate dal De Rosa.

Da una pubblicazione della ricercatrice Sara Cossu, risulta che Giuseppe, padre di Giovanni Maria, sia stato agente consolare di Francia a Terranova tra il 1853 e il 1858. Tale carica, secondo la ricercatrice, veniva attribuita a chi era in grado di garantire gli interessi economici francesi nell’area[2]. Quali interessi, in particolare? L’approvvigionamento di sale.

 

Nel 1852, infatti, era stata fondata la Compagnia delle Saline di Sardegna, una società franco-italiana. Terranova era allora il secondo “polo produttivo” di sale dell’isola, dopo Cagliari e, molto probabilmente, Giuseppe Bardanzellu era coinvolto in tale attività. Suo padre Antonio, infatti, era stato concessionario dello sfruttamento delle saline, tra il 1896 e il 1812. A lui era succeduto Pietro Puzzu che, come si vedrà, diverrà consuocero del futuro console.

 

Giuseppe sposò Lucrezia Spano nella basilica di San Paolo il 24 dicembre 1819; all’epoca, i due avevano già messo al mondo due figli: Antonio e Pietro. Da notizie in nostro possesso sembra che, in tutto, ne abbiano avuto ben tredici ma, dai Quinque libri parrocchiali, siamo riusciti a rintracciarne “solo” undici: cinque femmine e otto maschi, tra cui lo sfortunato Giovanni Maria.

 

In quell’epoca di gravi epidemie, tra i figli di Giuseppe e Lucrezia, solo il primogenito Antonio, e tal Giovanni, tra i maschi, raggiunsero la maggiore età; il primo sposerà la figlia di un suo cugino lurese, il secondo rimase celibe. Anche due loro figlie femmine raggiunsero l’età adulta e contrassero matrimoni vantaggiosi: Lucia, sposò tale Martino Lupacciolu, titolare di farmacia; Anastasia Maria, invece, si sposò due volte: con Tomaso Michele Puzzu in prime nozze, a soli diciotto anni (il 16 luglio 1838) e a trentuno anni (il 19 maggio 1851) con l’elbese Francesco Mibelli, che fu sindaco di Terranova tra il 1866 e il 1868.

 

Anastasia Maria, sorella sopravvissuta del piccolo Giovanni Maria, fu una delle donne più ricche della nostra cittadina costiera. Sull’Almanacco gallurese 2006-07 è stata pubblicata la sua denuncia di successione, presentata nel 1858, relativamente a tutti i beni già di proprietà del suocero Pietro Puzzu (citato in precedenza), in quanto vedova dell’unico figlio superstite di quest’ultimo. L’elenco dei beni immobili è cospicuo, e concerne in appezzamenti di terra per oltre 60 ettari; tre vigne comprendente circa 45.000 piante di vite; 22 case terrene situate nell’abitato di Terranova, due “fondachi” e un “palazzotto” [3]. Quest’ultimo era detto il “Palazzo del Barchile”, ed era composto da 9 stanze, due barchili, una cisterna ed un cortile; ancora oggi troneggia sulla centrale Piazza Regina Margherita. Nei pressi della piazza, fino al trasferimento di pochi anni fa, era in esercizio la farmacia Lupacciolu, gestita tuttora in Via Redipuglia dagli eredi di Lucia Bardanzellu, sorella di Anastasia e di Giovanni Maria.

 

Come si è visto, gran parte delle notizie citate, che ci hanno riportato nel mondo della Terranova della prima metà dell’ottocento, le abbiamo desunte dall’esame dei Quinque libri parrocchiali.  L’esame dei libri successivi al 1835, tuttavia, ci attesta, però, che Francesco De Rosa aveva commesso una piccola imprecisione: il seppellimento dei defunti al di sotto della parrocchia, pur sempre più raro, è proseguito almeno sino al 1882, quando vi fu effettuata la sepoltura del povero Giovanni Danti, brutalmente ucciso per motivi sconosciuti.

 

© Federico Bardanzellu

 

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[1]   Francesco De Rosa, Tradizioni popolari di Gallura, Nuoro 2003, pag. 45.

[2] Sara Cossu, I consoli francesi in Sardegna nel decennio preunitario. Politica, economia e società, Università di Cagliari, 2014.

[3] Marina Sechi Nuvole, L’inventario del bandito del popolo, in: Almanacco gallurese 2006-07, Gelsomino Editore, Sassari, pagg. 98-99.

Disegno e cartolina sono tratti da M. A. Amucano, A proposito delle cripte mortuarie rinvenute nella chiesa di San Paolo”, in AA. VV. ,Viaggi per mare viaggi per l’aldilà, vecchi e nuovi rinvenimenti olbiesi, a cura del  Lions club Olbia, Olbia 2003.


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