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La favolosa 500 FIAT – di S. Momo Mugano

  Poche settimane fa i media italiani (quotidiani, periodici, radio e televisione)  hanno celebrato il 75° compleanno della Fiat 500, il famoso Cinquino che, raccogliendo l’eredita della Topolino, divenne subito una delle automobili italiane più famose. Leggo sulle pagine di internet che a sentire la necessità di allargare la  motorizzazione italiana, creando un modello economico, fosse stato addirittura il Duce del fascismo, il quale convocando nel 1930 il senatore del Regno d’Italia Giovanni Agnelli, gli spiegò l’inderogabile necessità della creazione di un modello popolare che non superasse le 5.000 lire. La Topolino, ebbe un tale impatto propagandistico che Hitler, appena eletto primo ministro, convocando  Ferdinand Porsche, gli intimò di realizzare un’automobile dal costo non superiore a 1.000 marchi, auto che sarebbe subito diventata famosa col nome di Maggiolino.

Nel dopoguerra poiché la Topolino non aveva conseguito il successo che la Fiat sperava, ecco che ci fu la necessità di realizzare, sotto la guida di Vittorio Valletta, una vettura più moderna ed economica. Valletta affidò quel compito  a Dante Giacosa e il 1° luglio del 1957 la nuova vettura, chiamata la Nuova 500,  venne  ufficialmente presentata al Presidente del Consiglio Adone Zoli  nei giardini del Quirinale e il giorno dopo allo Sporting Club di Torino e il 4 luglio alla stampa specializzata. Prezzo 490.000 lire, velocità massima 85 Km.

  Il  successo fu così immediato che anche io, che  in quegli anni  scrivevo per la pagina di Civitavecchia del quotidiano romano “ Il Tempo” guadagnando  30 o 40 mila lire al mese, sognai invano di poterla acquistare servendomi spesso, invece, della bicicletta di mio cognato. Dovetti aspettare però per fortuna solo due anni perché mi venne offerta la possibilità di collaborare alla creazione di fotoromanzi  per la  società  della famiglia Avalle che realizzava quel tipo di pubblicazioni per la Francia. Lasciata dopo quasi otto anni la pagina de “Il Tempo”, quasi alla fine di quell’anno, se non ricordo male doveva essere il 1957 o il ‘58 eccomi uscire dalla Società Auto Fattori di Civitavecchia, al volante della mia prima macchina: la  500 Fiat targata Roma 657239. Quella macchina mi ha aperto le porte dell’Europa facendo crescere, anno dopo  anno, la mia inestinguibile passione per i viaggi. Molto spesso  da ragazzo mi ero incantato a studiare le cartine geografiche dell’Italia e dell’Europa seguendo  con una matita le strade che portavano a Firenze, Bologna, Milano, Venezia, Trieste e poi Napoli, Taranto, Palermo. Delle grandi città italiane, fino ad allora, conoscevo, infatti, soltanto Roma, dove ero andato ad abitare e da dove cominciai a fare grandi progetti di viaggi per guadagnare il tempo perduto. Prima Parigi, passando per Lione e poi…poi la pazzia acuta e un programma da incosciente: arrivare ai fiordi della Norvegia, puntando su Berlino, Copenaghen, Stoccolma, Oslo fino a Bergen. Compagno di viaggio il giovane Umberto  figlio  dei proprietari  della società produttrice dei fotoromanzi il quale, secondo i suoi  genitori, aveva bisogno di  fare esperienze e di affacciarsi ad una realtà diversa dalla vita agiata che aveva cominciato a godere fin dai primi anni della sua esistenza.  Il programma consisteva in una lunga vacanza da trascorrere lungo l’itinerario che ci avrebbe condotto a visitare la parte dell’Europa non solo la  più lontana, ma forse la più intrigante.

Tempo stabilito un mese, poi in tutto furono 33 giorni, budget 300mila lire da spendere con parsimonia non soggiornando in pensioni o alberghi, ma negli Ostelli della Gioventù dove il giovane  Umberto Avalle  avrebbe fatto maggiori esperienze e sarebbe entrato in contatto con una realtà diversa da quella fino allora da lui vissuta.

 Nel portabagaglio della 500 Fiat una valigia per uno, due zainetti, una piccola autoradio e una bottiglia di Sambuca Molinari  offertami dalla mia amica Mafalda Molinari per farne un uso del quale parlerò più tardi…  I sedili posteriori erano rimasti sgombri da ogni oggetto nell’eventualità che, per qualsiasi problema, ci fossero serviti anche per dormire. Mio fratello Ottavio, meccanico della Fiat  di Civitavecchia, aveva lavorato sui sedili anteriori proprio in modo che potessero essere ribaltati.

   Fu davvero una pazzia perché l’Autostrada del Sole, concepita nel 1956, era in costruzione e, dopo la prima tappa di Bologna, la 500, puntò direttamente al Nord su strade provinciali e comunali.

Prima di arrivare al fiordo di Bergen, in Norvegia, attraversammo più di cento città, ma alcune di esse ci servirono solo per dormire dopo aver guidato quel fenomeno di macchina per nove o dieci ore. Consapevoli del fatto che volevamo chiudere quel lungo viaggio in 30 giorni e con una macchina che, spinta al massimo, poteva raggiungere i 90 km l’ora.

 Quel viaggio, però, avrebbe potuto finire prima di compiere i 200 e rotti km che, dalla Germania ovest ci avrebbero permesso di arrivare a Berlino attraverso la zona dell’Est comunista. Alla frontiera, controllati i documenti e sequestrati le riviste e qualche quotidiano, mi furono dati dei fogli con le informazioni necessarie per percorrere quel tratto di strada. Erano scritti in tedesco ed io che al massimo avevo imparato al ginnasio di Civitavecchia con  prof. Agueli, un po’ di francese, me ne disinteressai. A metà strada mi accorsi di aver bisogno di fare benzina. Cercai  il primo paese utile per effettuare la sosta di rifornimento, trovando una piccola stazione di servizio feci fare il pieno pagando con i marchi della Germania federale. A Berlino, poi, facendomi tradurre i fogli che avevo ricevuto alla frontiera con la Germania Est, seppi che nel fare quella deviazione avevo rischiato il carcere. Era espressamente vietato uscire dall’itinerario  imposto dal regime comunista e, soprattutto, usare la valuta della Germania Ovest. Feci tesoro della fortuna avuta e al ritorno evitai di percorrere la stessa strada dell’andata: ma le nostre avventure erano appena cominciate.

Di Berlino, un’altra città fantastica dove sono tornato per un paio di volte, la cosa che mi impressionò molto fu la visita al Muro eretto dalla Germania dell’Est. Con Umberto ci salimmo e scattammo qualche foto, finché non ci fu consigliato di scendere per evitare incidenti.

In quella occasione presi molti appunti che vi risparmio perché raccontare di quella città con i segni della guerra ancora aperti non credo sia così importante. Trascorsi i tre giorni progettati a Berlino puntai sul porto di Rostock per prendere il battello che ci avrebbe portato in Danimarca avendo di mira la città di Copenaghen.

 Arrivati a Copenaghen cercammo uno degli Ostelli della Gioventù e dopo aver fatto la prenotazione del letto a castello, domandai fino a che ora l’Ostello restava aperto. Mi dissero fino alle 23 . Poggiammo le nostre cose e con il giovane Umberto cominciammo una prima perlustrazione di quella favolosa città. L’indomani, dopo aver fatto un piano, cominciammo il nostro tour:  strade, piazze, musei, una grande birreria all’aperto dove con pochi  soldi ci rimpinzzammo di salmone.

Tappa, come da programma, alla Sirenetta per la quale avevo scioccamente promesso a Mafalda Molinari di fotografarla con in grembo la bottiglia di Sambuca Molinari, rimandando all’indomani la visita che mi avevano consigliato al castello di Frederiksbor  dove venne  realizzato il film sulla vita di Amleto. La sera non poteva mancare il giro ai tanto declamati Giardini del Tivoli dove tra una giostra e l’altra capitammo in una sala da ballo all’aperto frequentata da una folta rappresentanza femminile che, io frequentatore dei carnevali olbiesi e dei balli organizzati nei paesi vicini, dove eravamo spesso invitati, non potevo ignorare. Per partecipare a quei pomeriggi danzanti della mia gioventù contavamo sulla 1400 Fiat di zio Peppino Rasenti guidata dal figlio Tonino che, ogni tanto, la riceveva in prestito. Quelle trasferte ci costavano, viaggiando in sette, 200 lire a testa per la benzina.

 Al Tivoli invitai subito una ragazza del luogo a ballare, ma lei mi disse che, prima di entrare in pista, dovevo acquistare il biglietto alla cassa. La mia passione per il ballo e le belle ragazze si affievolì solo dopo due o tre esibizioni perché non volevo intaccare il budget del viaggio e poi non volevo lasciare solo Umberto che non sapeva ballare.

Tornammo all’Ostello poco prima delle 23 e stranamente lo trovammo chiuso. Bussare fu inutile e fu inutile dire a chi stava dietro la porta d’ingresso, che ci avevano informato che l’Ostello chiudeva alla 23: “Sì”, ci fu risposto, “…rimane aperto fino alle 23, ma solo il sabato”: E quel giorno era, appunto, sabato. Cosa fare ? Tornare in città a cercare un albergo?  La soluzione più immediata era quella di organizzarci per dormire nella 500 che avevo parcheggiato nel cortile dell’Ostello. Però, aprendo la macchina, mi accorsi che una finestra dell’Ostello era aperta e c’era luce. L’idea venne in un baleno. Appoggiate al muro c’erano alcune biciclette, ne presi una e riuscii ad arrivare alla finestra, poi tirai su Umberto e solo allora mi accorsi che la finestra dava sui bagni. Bastava scendere e raggiungere la camerata. Ma c’era un altro problema da risolvere, la porta del bagno dava su uno degli uffici dell’Ostello dove alcuni  impiegati chiacchieravano a porta aperta, ridevano e bevevano birra. Dissi a Umberto di imitarmi. Mi spogliai, restando  in mutande, poi, tranquillamente uscimmo da quella porta cercando di nascondere pantaloni e maglietta.  Raggiungemmo il nostro letto a castello senza che qualcuno si accorgesse di noi e il problema fu risolto positivamente.

Seguendo la promessa fatta ai genitori di Umberto, fargli conoscere i musei e i luoghi più importanti delle città e fargli prendere appunti e fotografie che testimoniassero anche il lato culturale di quel lungo viaggio, i tre giorni dedicati a Copenaghen volarono in fretta.

Di Copenaghen ho moltissimi bei ricordi anche perché quella mia benedetta 500 Fiat attirava molte attenzioni e fu facile conoscere  ed ospitare in macchina  giovani  ragazze.

Peccato che poi, sul viaggio di ritorno, se non ricordo male a Monaco, il direttore dell’Ostello mi convinse a lasciare l’auto nel  parcheggio esterno alla struttura, senza il bisogno di  portarci dietro le due valigie e i due tascapani, assicurandomi che lì non c’erano mai stati furti. Il mattino dopo, di buonora perché avevano tre o quattrocento chilometri da percorrere per rientrare in Italia, abbiamo avuto la brutta sorpresa del furto, sia delle valigie che, degli zainetti, della piccola radio e della macchina fotografica. Il ladro non si era curato del pacco della biancheria sporca  che  avevo sistemato dietro il mio sedile. Salvai anche un paio di rullini fotografici perché li avevo sistemati nel cruscotto. Il figlio di buona donna del direttore mi spinse ad andare nel vicino commissariato di polizia per denunciare il furto e lì, per poco, grazie anche al fatto che nessuno parlava italiano, rischiai di brutto perché l’agente che raccoglieva la mia denuncia, mi disse che molto probabilmente il furto era stato compiuto da un italiano. Gli risposi che, intanto il furto era stato fatto in Germania e che un  paese che aveva creato i campi di sterminio e i forni crematori, poteva sicuramente aver creato anche dei ladri di auto. Ma sto divagando.

E torno ai ricordi di viaggio perché, dopo i tre giorni di Copenaghen, la tappa successiva da raggiungere era Stoccolma.

 © S.Momo Mugano

La seconda e ultima parte sarà pubblicata domenica 17 settembre.

 


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