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Il presepe e le scatole di latta

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Olbia, 8 dicembre 2016-  Oggi è la festa dell’Immacolata e nuovamente il mio baule dei ricordi si riapre e prepotente si presenta il ricordo di quel giorno così importante nella mia infanzia. Com’era bello vivere quella ricorrenza, quasi bella come la festa di Natale. Come sempre dico, allora era tutto diverso: non c’era plastica, non era così importante avere l’albero più bello, ma il posto principale era dato al presepe che occupava una larga parte di una parete se non di una camera. Normalmente il giorno prima o, se non era possibile per papà per ragioni di lavoro, la domenica precedente, andavamo  a cercare un bell’albero, mamma raccomandava che fosse un “nibbaru”, in italiano un ginepro, che fosse abbastanza grande ma non troppo e avesse una bella forma, o in alternativa un pino marittimo. Per lo più ci rivolgevamo alla forestale di stanza a Monte Pinu e, nel frattempo che loro preparavano il nostro albero, io e papà, armati di cassette e coltelli, il mio ovviamente senza “filo” per evitare incidenti, andavamo nei dintorni a cercare il muschio, con le foglie di felce attaccate, per poter fare il bosco.
Credo, anzi sono certa avessimo un’idea piuttosto errata dei luoghi di nascita di Gesù, ma a noi poco importava la corrispondenza con la realtà dei luoghi, importava che l’impatto visivo fosse come lo avevamo immaginato. Nel frattempo che noi eravamo fuori, mamma tirava fuori dalla dispensa le scatole di latta, tutte colorate – ne conservo ancora una anche se “sbilenca” – dove tra la finta paglia venivano, da un anno all’altro, riposte palline di “vetro” leggere e delicate, luci con campanelline o altre forme per riparare la vista della lampadina, delicati personaggi del presepe e casette grandi e piccine fatte di cartone pressato. L’otto dicembre non ero sempre in piedi dal mattino presto, perché sapevo bene che ci sarebbe stato tanto da fare. Si iniziava col posizionare l’albero in un vaso, controllando che fosse messo ben dritto e girato con il lato più perfetto verso l’esterno. Fatto questo primo passo, rivestivamo il vaso a volte con la carta roccia oppure, a seconda del luogo dove avevamo deciso di posizionare albero e Presepe, poteva essere una carta lucida e stellata con le stelle di diverse dimensioni argentate o dorate. Poi papà che era il più alto posizionava le luci dell’albero e terminato questo compito, nel frattempo che con mamma e Rita appendevamo le palline, papà piazzava tavoli e tavoloni per il presepe. Erano belle le palline di allora, colorate, leggere e fragili, di diverse forme: c’erano quelle rotonde con i disegni fatti con polvere o piccole scaglie in genere dorate o argentate ma anche verdi o azzurre; quelle allungate di tanti colori e poi le mie preferite a forma di personaggi, come Babbo Natale o gli Angioletti, e quelle con la rientranza su un lato e dentro una minuscola natività o un paesaggio alpino. Bisognava averne cura perché erano tanto fragili che solo a stringerle un po’ più forte si rompevano tra le mani, rivelando un interno color argento. Le palline in vetro non erano tante così mamma comprava sempre i Babbo Natale, Elfi, Befane di cioccolata rivestiti di stagnola colorata e faceva le ghirlande con le caramelle Rossana e i gianduiotti e ogni tanto appendeva un mandarino. Poi metteva con arte le ghirlande dorate e rosse e infine i fiocchi di neve che altro non erano se non pezzi in cotone buttato qua e là ai quali aggiungeva un po’ di neve spray. Poi finito l’albero si iniziava col presepe che finché la sala da pranzo non ha avuto i mobili, è stato fatto sempre molto grande. Iniziavamo a scegliere i pezzi di muschio in modo da poter mettere le felci insieme e fare il boschetto, poi iniziavamo a sistemare i vari pezzi di muschio nascondendo bene le luci, posizionavamo la grande capanna dove avremo messo la Maternità, le casette per il paesello con le finestre illuminate, lo specchio che faceva da lago per le ochette; la sabbia per i sentieri che portavano alla capanna ed infine i personaggi ognuno diverso: ricordo l’arrotino, il pastore con l’agnello sulle spalle, il venditore di anfore, il mugnaio, il fabbro il mendicante ed altri che mi sfuggono nel ricordo nebuloso… Finito tutto, che era ormai sera, si spegneva la luce di camera e si accendevano albero e presepe ed era sempre la stessa emozione col cuore che batteva a mille. Ora il mio albero è sempre vero perché amo sentire i profumi dell’infanzia, con le palline di vetro trasparente; il presepe, racchiuso dentro una capiente cesta di vimini,  è ancora quello con le statuine realizzate insieme ai miei figli con le forme in gesso a presa rapida ben trent’anni fa…anche se rimpiango quel grande presepe che profumava di muschio e di amore.
 ©Nadia Spano

 

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