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Il mirto di Sant’Eliseo

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Olbia, 8 gennaio 2017 -La prima volta che visitai il rudere della chiesa di Sant’Eliseo fu esattamente ventisette anni fa, e fu per lavoro, il mio primo lavoro sardo. Splendida era quella  mattina, limpidamente luminosa come solo  “le secche” di gennaio ci sanno offrire. Con la Fiat Panda dell’ufficio mi recai per il primo sopralluogo, in compagnia dell’archeologa medievista Menì Lissia, del geometra e di due operai in forza all’ambizioso progetto regionale di catalogazione dei beni archeologici e monumentali, noto con l’acronimo “SITAG” (Sistema informativo territoriale archeologico della Gallura), giunto ormai alla fine della scadenza triennale.

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Di quella giornata ricordo tutto, come se fosse ieri. A cominciare dal custode-factotum delle ampie stalle con numerosi cavalli, e dell’invidiata pianura in cui il monumento ricadeva. Terreni tutti, a quel tempo, di proprietà del faccendiere Flavio Carboni, ben noto alle cronache nazionali. Uscito dal casermone a due piani dove viveva come un anacoreta, ben felice della “visita” egli ci accolse con particolare cordialità, e con sardissimo senso dell’ospitalità si propose di accompagnarci lui stesso al misterioso rudere di Santu Liseu.

La piana di Conia vista da ovest, con evidenziata l’area del rudere della chiesa di sant’Eliseo. Sullo sfondo è il colle di Cabu Abbas. Immagine tratta da Google Earth

– Aspettatemi qui, torno immediatamente- ci disse con tono deciso ed un gagliardo accento barbaricino. Rientrato velocemente nel casermone, ne uscì subito dopo, agguantando per il collo un bottiglione di vino rosso-bruno appena travasato. Tre piccoli  bicchieri di vetro, infilati con amorevole cura l’uno dentro l’altro, erano invece tenuti con imprevista delicatezza sul palmo della nodosa mano sinistra.

Facemmo un tragitto ben più lungo dei trecento metri che sulla cartina IGMI separavano il rudere dal casermone e dalle stalle.  Questo perché, come solito in quell’incantevole luogo,  a motivo delle intense piogge di dicembre il terreno si era ridotto a un pantano impraticabile per uomini e cavalli. Aggirammo dunque tutto intorno, in direzione Nuragadena, mantenendoci ad una quota un po’ più alta,  fino a raggiungere il luogo cercato da direzione ovest, udendo proprio in quel momento  il fischio del trenino per Golfo Aranci alle nostre spalle. Da molto tempo ormai è la chiesa, o quel che ne resta, a conferire il nome al luogo, quantunque sarebbe più corretto indicarlo col toponimo “Conia”,  sul quale è diverso tempo che vado sbattendo il capo (i più snob dei colleghi archeologi ora non infieriscano per il linguaggio troppo colloquiale).

Il rudere si Sant’Eliseo come appare nella foto satellitare Google Earth.

Con gli stivaloni d’ordinanza  in gomma verde bene infangati pervenimmo infine ad un ammassamento piuttosto isolato di macchia mediterranea, che si era impadronito quasi del tutto dei resti della chiesa. Nel mentre che gli operai davano una prima potatura alla vegetazione, svelando con sorpresa le non indifferenti misure della chiesa campestre, seguivo i lavori sgranocchiando dolcissime bacche di mirto, grosse come susine, che maturano annualmente sempre più numerose su quei muri.

Uomo dall’animo curioso quanto, se non più, dell’archeologo che aveva di fronte, il custode mi rivolgeva raffiche di domande, tutte pertinenti, sensate, colmandomi il bicchiere “ a rasu” per gratitudine alle mie risposte, ed io ben grato di fornirgliele, le risposte, vista la bontà del vino. Fu così che allo scadere dell’orario di lavoro, fatti i dovuti ringraziamenti e congedi, entrare allegro sulla Panda non fu un problema, ma uscirne sì. Il vino rosso-bruno, che scorreva giù per la gola come una meraviglia, complice anche la bocca allappata dal mirto e la frizzante aria invernale, aveva durante la breve tratta per l’ufficio di Olbia sviluppato, inesorabile, il suo esiziale effetto.

Una decina di giorni dopo, con un paio di sopralluoghi, e senza il vino del custode, il rilievo assai schematico del rudere era stato eseguito, e dovrebbe giacere ancora custodito negli archivi della “Soprintendenza Archeologia”, a Sassari. Purtroppo lo stesso grafico non venne allegato nella scheda del monumento pubblicata nel volumone “Archeologia del Territorio. Territorio dell’Archeologia” il quale rendiconta l’ottimo lavoro svolto nell’intera Gallura nel triennio “SITAG” da tanti giovani e valenti professionisti. Né io, malauguratamente e per eccesso di ottimismo, mi premurai di farne una copia personale per poterla pubblicare per Olbiachefu.

Sebbene siano passati molti anni da allora, sono tornato poche altre volte alla chiesa intitolata al profeta Eliseo, colui che nell’Antico Testamento viene scelto dall’altro grande profeta, Elia, come suo erede spirituale. L’ultima visita è recente, di una quindicina di giorni fa, e dovuta alla richiesta di Patrizia, mia moglie, che mai l’aveva vista e che ora ama le lunghe camminate. Per quanto prossima al quartiere commerciale della Basa, arrivarci non è più semplice come allora. La tenuta fu venduta, pare non molti anni dopo, quindi divisa e recintata, e la vecchia strada di accesso che partiva dal sottopassaggio della ferrovia per Golfo Aranci, più o meno all’altezza del casello abbandonato di Campu Majore, è resa impenetrabile al fuoristrada dall’invadente crescita di lentischi ed olivastri.

L’angolo nord-occidentale della chiesa così come si vede attualmente.

Anche sul rudere di Santu Liseu la citata vegetazione di macchia è continuata a crescere arrogante e indisturbata, risparmiando miracolosamente solo l’angolo nord-occidentale dell’alzato. Tra i resti della chiesa ed il casermone, ora disabitato, che domina le loro stalle, pascolano sempre una decina di cavalli, liberi su quella piana un po’ sabbiosa da cui si scorge il mare di Cugnana, e scelta anche dai Giudici di Gallura per l’allevamento dei loro regali destrieri.

Foto M. A. Amucano 2016

Immagino però che adesso i miei cinque lettori vogliano sapere da me qualcosina di più su questi ruderi sconosciuti ai più.  Ben poco si può scrivere, credetemi. Datarlo, nelle condizioni attuali, e benché abbia avuto il privilegio di guidare un semplice, ma anche speditivo rilievo, resta impresa ardua. L’intitolazione al profeta Eliseo ci porterebbe verso suggestive ipotesi di un impianto originario bizantino, ma senza uno scavo le suggestioni restano solo  rischiose ed arrischiate. La chiesa sarà dunque basso-medievale? La sua tipologia non sembrò corrispondere però in alcun modo, lo affermo con fondata sicurezza,  ai criteri normativi dello stile architettonico romanico, che caratterizzò il basso medioevo giudicale, fino al XIV secolo. Si riconosce un’ampia ed allungata  aula rettangolare lunga oltre 33 metri, e larga m 6,20 (rapporto 5:1) , con un’abside rettangolare volta a Nord-Est, i cui angoli furono rafforzati da due vistosi contrafforti esterni fra loro divergenti. Il presbiterio era introdotto da un arcone miseramente crollato (si conta ancora qualche concio fra il groviglio dei lentischi), e –vegetazione permettendo- sembra immediatamente preceduto da due ingressi laterali contrapposti. L’altro lato breve sud-occidentale, quello da cui oggi si penetra più facilmente all’interno del rudere, è anche esso crollato e mostra sul lato destro due grossi fusti di colonne granitiche spezzate (vedi foto predecente). La tecnica costruttiva è in opera incerta, a pietra e fango, pedra ‘e ludu si diceva ad Olbia, e solo nella parte absidale si riconosce ancora qualche lacerto di intonaco.

Foto M. A. Amucano 2016

Dicevamo prima della non facile, e al momento rischiosa datazione. Il solito Dionigi Panedda ci segnalava che i documenti che citano la chiesa sono ottocenteschi, tutti di natura catastale, ma è anche vero che in quel secolo la chiesa era stata già abbandonata, come sappiamo dalle testimonianze dei vecchi e, si arguisce indirettamente, per essere stata ignorata negli elenchi di Vittorio Angius.  Con acutezza di osservazione lo stesso studioso notava come nei Quinque libri olbiesi, custoditi nell’archivio parrocchiale di San Paolo, il nome di  battesimo “Eliseo”, in sardo Lisèu,  fosse scelto non infrequentemente dai  terranovesi di fine Seicento-inizi Settecento, e giustamente l’intitolazione di una chiesa così importante, col relativo culto, oggi dimenticato,  avrebbe potuto influire nella frequente scelta onomastica.

A chi obietterà che la chiesa non era importante, risponderemo che il contrario è provato dalle ragguardevoli dimensioni, maggiori di quelle “…di tutti gli edifici dell’agro, noti e ancora sottoponibili a misurazioni se pure parziali”.  Il perché di queste importanti misure –relativamente e limitatamente alla nostra area extraurbana- può avere risposta solo considerando il cospicuo bacino di utenza, sia in termini territoriali che demografici, che doveva includere gli insediamenti sparsi delle ampie e fertili aree di Conia e Campu Majore, retrostanti (rispetto a Olbia) al massiccio collinare di Cabu Abbas. Aree fertili, gravitanti sul Golfo di Cugnana, dove in età spagnola erano le Saline regie. In quest’ampia e fertile area pianeggiante e costiera, insediata fin dai tempi del Neolitico, sorgeva in età medioevale Villa Major, dopo Terranova il più grande dei nuclei demici della curatoria di Fundi de Monte, e la cui localizzazione appare tuttora sempre problematica. Insomma, per azzardare una datazione, a mio rischio e pericolo, potremmo inquadrare l’edificazione della chiesa di Sant’Eliseo in un’epoca prudentemente ampia, che dal XV secolo arriverebbe al pieno Seicento, non escludendo successive trasformazioni ed ampliamenti nell’edificio.

Come ultima cosa resta da suggerire all’amministrazione comunale di Golfo Aranci almeno un progetto di pulizia dalla vegetazione e una puntuale documentazione grafica e fotografica e, perché no? anche di uno scavo del rudere della chiesa di Sant’Eliseo profeta, non certo meritevole del deplorevole stato di dimenticanza e abbandono in cui versa, e muto testimone del passato di un’area di significativa importanza posta fra Olbia e Golfo Aranci, ancora tutta da studiare approfonditamente per l’età storica.

 

 

@Marco Agostino Amucano

 

BIBLIOGRAFIA (PIÙ  CHE) ESSENZIALE

 

AMUCANO, M. A. , Golfo Aranci- S. Eliseo, in AA. VV., Archeologia del Territorio. Territorio dell’Archeologia. Un sistema informativo territoriale orientato sull’archeologia della regione ambientale Gallura. (R. Caprara, A. Luciano, G. Maciocco curr.), Sassari 1996, pp. 493-494.

PANEDDA, D., Il Giudicato di Gallura. Curatorie e centri abitati, Sassari 1978.

PANEDDA, D., I nomi geografici dell’Agro Olbiese. Toponimi dei territori comunali di Golfaranci, Lòiri-Portosampaolo, Telti, Olbia, Sassari 1991

ARGIOLAS A. – MATTONE, A., Ordinamenti portuali e territorio costiero di una comunità della Sardegna moderna. Terranova (Olbia) in Gallura nei secoli XV-XVIII, in Da Olbìa ad Olbia, Atti del Convegno internazionale di Studi, Olbia 12-14 maggio 1994, Sassari 1996, vol. 2, (G. Meloni e P. F. Simbula curr.), pp. 127-251.


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