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Il caso dei fratelli Puzzu: fu vero “banditismo”?  

I fratelli Pietro, Leonardo e Giovanni Maria Puzzu, vissuti tra la fine del XVIII secolo e la metà del XIX, sono personalità tuttora discusse, come si rileva dai pregevoli articoli di Marina Sechi “Banditismo e affari” e “Il bandito del popolo”, nell’Almanacco gallurese 2005 e in quello del 2006. La loro sinistra fama è dovuta principalmente ai resoconti di taluni narratori inglesi.

 Henry Smith, in: Sketch of the presents state of the Island of Sardinia(1828), li descrive così: “questo gruppo di assassini sfidò apertamente l’autorità del governo, ma quando cominciarono a bisticciare tra di loro persero il potere e ora sono così abbattuti da essere facilmente perseguibili dalla legge”. Mary Davey, nei suoi appunti di viaggio Ichnusa (1861), li definisce “una vera famiglia di assassini” e li accusa della strage del pastore Andrea “Scaccatos” e della sua famiglia. Il sospetto che i due autori anglosassoni abbiano voluto aggiungere molto “colore locale” alle vicende, onde destare interesse nei loro lettori d’Oltremanica è forte. A nostro parere le accuse andrebbero ridimensionate e,  comunque, quanto meno contestualizzate.
I Puzzu (versione originale del loro cognome, progressivamente trasformatosi in “Putzu”) facevano parte di una delle diciotto famiglie benestanti di Terranova che, nel 1749, avevano contribuito alla ristrutturazione della chiesa parrocchiale di San Paolo. Come tale, la famiglia Puzzu aveva ottenuto di seppellire i propri defunti nella cripta della chiesa stessa; anzi, era l’unica, insieme ai Derosas a poterlo fare in una loro esclusiva cappella, quella della Vergine delle Grazie.
 Il loro prozio, il sacerdote Francesco Puzzu era l’uomo di fiducia, a Terranova, niente di meno che del marchese tempiese Bernardino Pes di Villamarina. Nel 1792, don Francesco Puzzu subentrerà al nobiluomo nell’appalto per lo sfruttamento delle saline di Terranova. Dopo un intermezzo gestito dalla guardia reale Antonio Bardanzellu (1796-1812), anche i tre fratelli ne otterranno l’appalto.
Oltre alle redditizie proprietà terriere e immobiliari, provenienti dal prozio Francesco e dal padre Tomaso Michele, i fratelli Puzzu percepivano redditi con l’esercizio dell’attività di prestito del denaro al tasso del 6%, attualmente usurario ma, all’epoca, perfettamente legale. Nel frattempo, però, cominciarono a incorrere nei rigori della legge: tra il luglio 1805 e il gennaio 1806, i tre si danno alla latitanza, perché incolpati dell’omicidio di tale Giovanni Campesi. In seguito, saranno prosciolti grazie alla dichiarazione presentata proprio dalla denunciante, la vedova dell’ucciso, la quale giurò che, data la notte, non era stata in grado di riconoscere i veri assassini e di aver accusato i Puzzu solo perché indotta da taluni non precisati “nemici” dei tre fratelli. 
Il 24 settembre 1805, pur essendo latitanti, i Puzzu partecipano, insieme al padre Tommaso Michele e allo zio paterno Pietro Paolo, a una rissa con ripetuti omicidi, che scatena una faida che coinvolgerà tutta la popolazione di Terranova sino al 25 gennaio 1807, quando venne siglata la pace tra i Puzzu stessi, tale Pasquale Serra, da una parte, e Salvatore Azara e Serafino Astegana, dall’altra. Ai convenuti, come previsto dalla legge, fu concessa la grazia per gli omicidi commessi. Dopo di ciò, i fratelli Puzzu cominciano a far carriera nell’ambito dell’amministrazione cittadina, subentrando ai fratelli Antonio e Giovanni Bardanzellu, ormai avanzati negli anni. Il primo dei due aveva cumulato le cariche di comandante della cavalleria miliziana di Terranova e di deputato di sanità, cioè di ufficiale sanitario, mentre il secondo – il notaio Giovanni – era stato comandante della fanteria miliziana (oltre che scrivano della Curia e sostituto procuratore fiscale).
D’altronde, Antonio Bardanzellu e la sua prima moglie Laura Scano avevano retto a battesimo Pietro Puzzu; lo stesso Antonio era stato il padrino di battesimo del primogenito di Pietro mentre Giovanni Bardanzellu e sua moglie Caterina Scano, lo erano stati di Leonardo. Giovanni venne meno nel 1810 e Antonio due anni dopo.
Il notaio Giovanni Bardanzellu non aveva lasciato eredi maschi viventi; al fratello maggiore Antonio ne sopravvissero tre: Tomaso, Pietro e Giovanni Maria. Il primo, però, si era trasferito a Luras, ad amministrare il cospicuo patrimonio di famiglia; Pietro era entrato nel sacerdozio, mentre Giovanni Maria, ventinovenne, alla morte del padre, era ancora un semplice “cacciatore di Sardegna” e non aveva l’esperienza necessaria per assumere il comando delle milizie cittadine.
 Fu naturale, dati i costumi dell’epoca e l’importanza dei legami familiari, quindi, che i fratelli Puzzu subentrassero ai Bardanzellu nei loro incarichi.
Nel 1813, infatti, i tre Puzzu ottennero l’appalto per lo sfruttamento delle saline di Terranova, per nove anni, di cui sei consecutivi. Nel 1819, Pietro Puzzu è citato come capitano della cavalleria miliziana e Leonardo come capitano della fanteria (fonte: Ricci, G. F., Banditi) e collaboratore del vice console di Francia (fonte: Almanacco Gallurese 2005) probabilmente, per l’esportazione del sale nella nazione transalpina. Non poterono tuttavia ottenere né la carica di scrivano della Curia (cioè di segretario comunale) né quella di sostituto procuratore fiscale, già in capo al notaio Giovanni Bardanzellu, non possedendo un idoneo titolo di studio.
Nello stesso 1819 ebbe inizio il cosiddetto “Ammutinamento di Gallura”, un assalto organizzato da parte di diversi gruppi di fuorilegge dell’entroterra contro tutte le istituzioni regie locali.
 L’amministrazione di Terranova si mise dalla parte del regio governo e si oppose a tali tentativi. Pietro e Leonardo Puzzu, in quanto capitani della cavalleria e della fanteria cittadina, postisi a capo di 50 uomini, si misero a contattare i capi-pastori che vivevano isolati negli stazzi, insieme al parroco Tommaso Marini,  ed esercitarono presso di loro pressioni o – molto più probabilmente – costrizioni, per convincerli a non aderire all’ammutinamento.
Ciò smentisce clamorosamente quanto asserito da Henry Smith, e cioè che i fratelli avrebbero sfidato apertamente l’autorità del governo: al contrario, l’autorità governativa era rappresentata e difesa proprio da essi. In tale quadro deve inserirsi il delitto più grave attribuito ai Puzzu e, cioè, la strage della famiglia del pastore Andrea Minuti “Scaccatos”, avvenuta il 30 ottobre 1820, comprendente i suoi figli Antonio, Pietro e Martino e il ferimento di Maria Azara, moglie di quest’ultimo. La descrizione che ne fanno gli osservatori inglesi Henry Smith e Mary Davey è quanto di più cruento si possa immaginare e sembra che il parroco stesso ne fosse rimasto talmente sconvolto, da convincere (in confessione) la sopravvissuta nuora a presentare denuncia.
 Alla strage avevano partecipato anche il cacciatore di Sardegna Giovanni Maria Bardanzellu, figlio del già citato Antonio, padrino di battesimo di Pietro Puzzu, e il brigadiere Francesco Rasseval. Quest’ultimi si difesero asserendo di aver sparato perché i pastori avevano opposto resistenza alla forza pubblica e ciò fa sospettare dell’appartenenza degli uccisi all’ammutinamento in corso.
 I giudici, però, furono irremovibili. In qualità di autori materiali della strage, i due militari furono condannati a morte il 22 agosto 1822 dal tribunale di Sassari. La condanna venne eseguita, l’anno dopo, nella piazza del capoluogo.
Leonardo e Pietro Puzzu, in quanto comandanti della fanteria e della cavalleria miliziane, furono comunque condannati per concorso in omicidio; il primo a una pena detentiva che scontò nelle carceri baronali di Terranova e il secondo all’esilio a… La Maddalena. L’arresto di Leonardo Puzzu è descritto da Francesco De Rosa nel libro Tradizioni popolari di Gallura, come esempio del sorgere, in Gallura, di inimicizie e relative faide, per futili motivi: “A Terranova bastò che un brigadiere misurasse uno schiaffo a una patrizia (Marianna Puzzu), la quale rifiutava di sciogliere dai suoi amplessi il marito catturato, perché … cadesse il giorno seguente colpito da vindice mano”. Marianna Puzzu era la moglie (e cugina di primo grado) di Leonardo, che aveva sposato nel 1807, dopo esser rimasta vedova. Ben presto lo stesso fu trasferito a Tempio, essendoci fondati sospetti che avrebbe tentato l’evasione.
Nel 1823, Pietro Puzzu era ancora a piede libero a Terranova, ove rivestiva addirittura la carica di console britannico. Il capitano Pasquale Altieri, dopo aver ancorato la sua nave, battente bandiera britannica, scoprì che uno dei passeggeri era fuggito di nascosto durante la notte con della preziosa mercanzia. Si rivolse, allora, a Pietro Puzzu per chiedere giustizia.  Pietro si mise subito alla caccia del furfante, a cavallo, accompagnato da un enorme e feroce mastino, lo raggiunse e lo fece azzannare dal cane e, infine, lo uccise. Poi ne nascose il bottino e tornò a Terranova, fingendo di non averlo trovato. Successivamente, “dimorò” nell’isola della Maddalena, almeno sino al 1826. Il 20 agosto 1828, morì all’età di 49 anni nella propria casa di Terranova, sita nella strada detta “Sa piata”. Il suo testamento, in favore dell’unico figlio superstite, Tomaso Michele, concerneva in appezzamenti di terra per oltre 60 ettari; tre vigne comprendente circa 45.000 piante di vite; 22 case terrene situate nell’abitato di Terranova, due “fondachi” e un “palazzotto”; quest’ultimo era detto il “Palazzo del Barchile”, ed era composto da 9 stanze, due barchili, una cisterna ed un cortile; ancora oggi troneggia sulla centrale Piazza Regina Margherita.
 Leonardo Puzzu, comunque, risulta tornato a piede libero già nel 1830 e, sino alla morte, avvenuta nel 1844, a sessant’anni, sarà molto attivo in campo patrimoniale, acquisendo e donando beni immobili, con atti rogati dal suo notaio di fiducia e parente Giovanni Belli Sirena.
 Nel 1826, il fratello minore, Giomaria Maria Puzzu, risulta rivestire la carica di deputato di sanità di Terranova, corrispondente all’attuale ufficiale sanitario. L’incarico comportava il comando della “guardia reale”, un corpo di polizia costiera che doveva evitare che approdassero bastimenti sprovvisti del necessario nulla osta sanitario, onde prevenire contagi. Giomaria, il “fratello buono”, morì a sessant’anni di età, nel 1848 e il suo corpo fu seppellito nel cimitero di famiglia, nella cripta della chiesa di San Paolo, insieme ai suoi antenati.

©Federico Bardanzellu


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