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Dal baule di Nadia: una domenica al mare

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Quando ero bambina non tutti andavano al mare ogni domenica e molto spesso chi andava al mare andava a Pittulongu, Bados o le Saline. Ma io ero molto fortunata così già il sabato gli adulti si mettevano d’accordo per decidere in quale spiaggia andare.

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Le domeniche in cui andavamo con zio Biagio e zio Fausto Oggiano, generalmente le spiagge variavano da Porto Istana a Punta Coda Cavallo, altrimenti se andavamo solo con zio Luigi Folino e zio Ettore Putzu si andava da Cala Sassari a Marinella alla Rena Bianca o si sceglieva tra la vasta gamma della Costa Smeralda, allora solo agli albori.

LA spiaggia Lo Squalo a Pittulongu in una cartolina d’epoca

Erano delle giornate meravigliose. Già dal sabato mamma preparava, come da tradizione, il sugo con le polpette e le melenzane alla parmigiana, così la domenica mattina si poteva svegliare con più calma per preparare le cotolette, le patate fritte e cuocere un “concone” di gnocchetti che avvolgeva in un plaid di lana perché rimanessero almeno tiepidi. Anche le cotolette e patate fritte venivano protette e messe in contenitori “termici”. Inutile dire che a quel punto io mi ero già alzata, lavata, infilata il costume e preparata la borsa con asciugamani e giochi da mare e attendevo con ansia il momento di partire. Le domeniche più amate erano quelle in cui zio Luigi Folino portava il piccolo furgone che usava per il lavoro, su cui montava due lunghe panchine che sarebbero servite, con il tavolone e i cavalletti, a mettere seduti tutti gli adulti e magari, se riuscivano a prenderci o ad imporsi, anche noi bambini per il pranzo. Su quelle panchine, dopo giuramenti e contro giuramenti, riuscivamo a salire, almeno nell’ultimo tratto di strada, tutti i bambini e tra sobbalzi che avrebbero schiacciato il coccige ad uno scimpanzé, tante risate e canzoni cantate a squarciagola senza che nessuno andasse a tempo con gli altri, finalmente si arrivava all’agognata spiaggia.

Il primo “lavoro” degli adulti era cercare dei cespugli alti sotto i quali piazzare i plaid e gli asciugamani o ancorare il tendone per fare ombra per il pranzo. Nel frattempo i bambini venivamo radunati per fare delle grosse buche nel bagnasciuga per mettere a raffreddare le grandi angurie e le bibite, che non avevano trovato posto nelle borse frigo. Finito il nostro lavoro, ovviamente ricolmi dalla testa ai piedi di sabbia che, contravvenendo l’ordine degli adulti, ci eravamo tirati addosso, chiedevamo il permesso di fare il bagno, che ovviamente veniva concesso a patto che anche qualche adulto venisse con noi. Papà col fratello Giovanni erano sempre pronti ed insieme a loro uno ad uno arrivavano quasi tutti gli uomini, mentre le donne si mettevano a chiacchierare al fresco oppure iniziavano, su uno scoglio a pulire le cozze che poi gli uomini avrebbero aperto e avremmo mangiato, crude, con uno spruzzo di limone. Il bagno consisteva in tutto tranne che nel nuotare; o meglio si iniziava con una gara di nuoto ma la parte più bella consisteva nel fare i tuffi dalle spalle degli adulti o le gare di lotta tra più coppie per vedere chi riusciva a rimanere in piedi sulle spalle del “cavallo” prescelto.

Quante risate e quante bevute, a pensarci ora mi chiedo dove trovassimo tutte quelle energie. Quando le mani erano ridotte a fichi secchi, tanto la pelle era aggrinzita e le labbra blu dal freddo, finalmente le minacce di non fare più bagni per tutto il giorno, sortivano l’effetto voluto di farci uscire dall’acqua. Gli asciugamani aperti dalle madri premurose erano pronti ad accogliere i nostri corpi per scaldarci. Se c’era il tempo sufficiente papà faceva i bagni di sabbia: si sdraiava nella sabbia e noi bambini dovevamo coprirlo bene con la sabbia calda e così rimaneva per un’ora buona. Noi, ovviamente ricoperti di sabbia andavamo di corsa a buttarci in acqua finché non ci chiamavano per il pranzo. Il momento tragico arrivava dopo pranzo, quando gli adulti all’unisono decretavano: “…niente bagni per tre ore e mezzo e se protestate diventano quattro ore!” Dramma!!! come far passare tutto quel tempo? Un po’ si giocava a fare i castelli o le grandi buche/trappola sul bagnasciuga, ma poi la noia aveva la meglio e così uno ad uno iniziavamo la tortura: “…mà, che ore sono?…mà, quanto manca?…mà, posso mettere almeno le gambe in acqua?” risposta:“No, manca ancora un quarto d’ ora…” Per fortuna ogni tanto intervenivano zio Biagio o zio Fausto, se erano le domeniche passate insieme e per controrisposta sentivamo un:” anda la bedda di casa. Però bagnati prima i polsi e lo stomaco…”. Neanche a dirlo iniziavano una serie di spruzzi, con zio Fausto che per primo ci bagnava a secchiate e così si riprendeva la ruota dei bagni finché il sole lentamente non tramontava dietro le colline. Allora stanchi e lagnosi perché ancora non soddisfatti, ci sciacquavamo per mettere i costumi asciutti, avvolgevamo i lunghi capelli in un asciugamano e tornavamo a casa già semi addormentati.

Erano bei giorni, fatti di cose messe in comune, di carovane di amici sinceri e di tanto rispetto ed affetto. Oggi che tutti gli adulti non ci sono più, restano scolpiti i ricordi dei volti, dei colori, dei profumi di sugo e di mare, delle voci e delle tante risate fatte di poco, ma colme di ricchezza.

©Nadia Spano

Cartolina anni Settanta del Lido del Sole

Cartolina della spiaggia di Porto Istana

 

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