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Da Copenaghen a Stoccolma con la FIAT 500 – di S. Momo Mugano

La favolosa 500 FIAT – seconda parte

I tre giorni dedicati alla visita di Copenaghen li abbiamo chiusi, io e Umberto con un’altra edificante ed allegrissima avventura. A cena, in una grande terrazza- ristorante all’aperto, la giovane cameriera ci trova posto ad un tavolo occupato da due giovani donne  che, saputo che siamo italiani, ci ospitano con grande cordialità. Noto sul tavolo due grandi bicchieri quasi vuoti di birra e, prima di  dare un’occhiata all’incomprensibile menù, alla cameriera che ci chiede cosa vogliamo bere, ordino un bicchiere di birra per me e un’aranciata per Umberto suscitando subito la sue  proteste. Vuole una birra anche lui e alla fine mi arrendo però ci mettiamo d’accordo che per lui la birra sarà “piccola”.  La cameriera porta via i due bicchieri vuoti delle nostre ospiti e si ripresenta pochi minuti dopo con un vassoio e quattro birre perché le ragazze hanno fatto il bis. Intanto ci siamo a fatica presentati e abbiamo avviato una difficile conversazione non avendo io e Umberto molta confidenza con la lingua inglese e il mio francese non gode di molta simpatia. Trascorriamo, però, una serata divertente perché, da italiani che non si arrendono certo alla povertà delle lingue straniere, riusciamo a farci capire e a capirle tanto che finita la cena offro alle due ragazze di accompagnarle a casa con la 500. L’invito viene accettato con grande entusiasmo e meraviglia quando si rendono conto che la macchina che deve ospitarle sembra loro un giocattolo. Una delle ragazze, operatrici sanitarie, siede davanti lato passeggero, e l’altra con Umberto nel sedile posteriore. Per quelle stangone, è un po’ difficile prendere posto, ma per quella seduta nel sedile posteriore uscirne diventerà ancora di più un grande, preoccupante e ridanciano problema. L’infermiera che siede accanto ad Umberto ha bevuto così tanta birra che, per scendere dalla macchina, scivola dal suo sedile incastrando le gambe in alto nella spalliera del mio, finendo col sedere sul tappetino della macchina. Tirarla  fuori, con le sue lunghe gambe, che sbattono continuamente da un finestrino all’altro mentre le sue braccia  sventolano a destra e a sinistra, è una  fatica del diavolo. Alla fine riusciamo a farle tirare fuori dalla portiera prima la testa, poi le braccia e dopo quelle lunghe gambe che si offrivano così generosamente ai nostri occhi da procurare un po’ di imbarazzo e un sacco di gridolini e di risate. Fosse passata una macchina della polizia, mentre ci stavamo affannando in quella operazione, ci avrebbero di sicuro accusato di tentata violenza. Eccola finalmente in piedi, affannata ma sorridente e, per premiare la nostra fatica io e Umberto abbiamo ricevuto dalla bella danesina un lungo abbraccio e un bacio dall’intenso sapore di birra.

Preparandoci a riprendere il viaggio verso la meta di Bergen, facendo tappa a Stoccolma e a Oslo, chiesi alcune informazioni al direttore dell’Ostello che  mi fece alcune utili raccomandazioni sulle strade da percorrere, sulla velocità da controllare e, soprattutto, mi invitò a ricordarmi che, appena entrato in Svezia, avrei dovuto guidare a sinistra. Infine mi informò che tra Copenaghen e Stoccolma c’erano da percorrere  522 chilometri in “Linea d’aria”. Disse proprio così “522 chilometri in linea d’aria”. Gli ricordai che io non avrei pilotato un aereo privato per continuare il nostro viaggio  ma la più piccola macchina della produzione Fiat e il discorso finì con una risata generale. I chilometri  di strada per arrivare a Stoccolma  erano 610. Pressappoco quelli che separano Roma da Milano. Decisi di partire  quasi all’alba per raggiungere la capitale della Svezia con la luce del sole approfittando del fatto che, durante il solstizio d’estate, a quella latitudine il giorno durava  più di  18 ore.  Ma, alla fine, la stanchezza mi consigliò di fare tappa  ad  una cinquantina di chilometri dalla nostra meta: Jönköping Nella decima città più grande della Svezia non trovammo un Ostello della Gioventù ma una pensione famigliare consigliataci dal proprietario della stazione di servizio dove ci eravamo fermati per fare il secondo pieno di benzina e il controllo dell’olio. Quella sistemazione fu la più fortunata del viaggio perché la proprietaria era una appassionata amante dell’Italia e ci mostrò subito le foto dei suoi viaggi a Firenze e a Roma, le città che più le erano rimaste nel cuore. Ci preparò una deliziosa cena, naturalmente a base di salmone e, il mattino dopo, quando le chiesi  il conto della camera e della cena, mi fece capire che era stata felice di ospitare due italiani ai quali addirittura, prima di mettersi in viaggio, aveva  preparato una gustosa e  abbondante  colazione.

L’ingresso a Stoccolma ci emozionò molto in particolar modo perché con fatica imparai a guidare a sinistra, senza nascondere che tre o quattro volte mi trovai in difficoltà, specie quando facendo il giro delle piazze, la 500 non voleva saperne di tenere la sinistra, tanto che un paio di volte rischiai l’incidente.La capitale della Svezia è situata nella costa orientale, dove il lago Malaren, dicono le cartine, incontra il mar Baltico, dando alla città le caratteristiche  che le hanno fatto meritare il soprannome di Venezia del nord.

Veduta aerea di Stoccolma

A Stoccolma, più che a Berlino o a Copenaghen, ho messo sotto torchio culturalmente Umberto facendogli riempire il suo quaderno delle visite fatte ai musei, il più famoso dei quali è quello Nazionale di Storia Naturale con il grande giardino botanico Begianska. Ho perfino dovuto insistere un poco per visitare l’Accademia Nazionale  Svedese di Recitazione dove ha studiato Greta Garbo, l’attrice della quale avevo visto quasi tutti i suoi film.

Poi visitammo la Scuola Svedese per lo Sport e la Salute assistendo ad una lezione di educazione fisica che ci interessò molto perché, sia io che Umberto, fummo conquistati, senza confessarlo, dai gruppi di giovani, ma soprattutto dalle sinuose bellezze femminili nel loro affascinante, leggero e incantevole abbigliamento sportivo. All’uscita dalla Scuola Svedese per lo Sport, la 500  Fiat fece colpo. Le ragazze circondarono la macchina  e alcune vollero addirittura salirci. Finimmo per fare un giro in città scarrozzando, io ancora non so come ci riuscii, 5 di quelle signorine, dentro la 500 il cui spazio era stato occupato interamente grazie al fatto che alcune di esse rimasero in piedi, mezzo dentro e mezzo fuori la macchina. Anche in quell’occasione fui fortunato perché quella scena, apprezzata con saluti e sorrisi dai passanti, non  fu sanzionata dall’arrivo della polizia.

L’avventura da ricordare vissuta a Stoccolma è che, l’ultima sera, al tramonto tornando  all’Ostello della Gioventù, dopo la visita al castello di Drottningholm, mentre attraversavamo un piccolo bosco, ci siamo imbattuti in due belle giovani che tornavano al loro cottage  dopo aver riempito di fragole i loro piccoli cestini. Naturalmente ci siamo fermati incuriositi e, fatta una veloce amicizia, siamo stati invitati a cena. Purtroppo io, data la presenza del giovanissimo Umberto, declinai il chiaro invito a passare la notte nel cottage  estivo delle due ragazze, trovando la scusa che dovevamo rientrare all’Ostello prima che chiudessero il portone di accesso e che da Stoccolma avremmo dovuto partire il giorno dopo molto presto per Oslo. Devo confessare che quella rinuncia forzata mi pesò molto.

Oslo, la capitale della Norvegia, la raggiungemmo, rispetto agli altri trasferimenti, in poco più di due ore di macchina restando subito affascinati dal suo spettacolare fiordo al quale fanno da cornice colline  ricchissime di boschi che ne fanno una città- paradiso per chi ama la natura. Ad Oslo fummo ospitati nel più bell’Ostello della Gioventù di tutta quella  lunghissima vacanza. Aveva  perfino una attrezzatissima cucina per chi, volendo risparmiare, preferiva  prepararsi personalmente pranzo e cena. Di quell’opportunità, il giorno dopo l’arrivo, fatta subito amicizia con un bel gruppo di giovani, ne approfittai  anch’io esibendomi in una spaghettata al tonno che incuriosì ed attirò anche chi non era stato invitato.  Fu in quella occasione che conquistammo, io ed Umberto la simpatia di due ragazze francesi, una delle quali se non ricordo male si chiamava Veronique e che aveva risolto il problema del risparmio  facendo un abbondante prima colazione alla  fine della quale, senza farsi notare, riempiva la sua borsa di panini imbottiti di salame norvegese e di salmone non dimenticando mai di arricchire i suoi propri pasti di frutta fresca. Fu con Veronique e Umberto che, nel primo giro della città ,dopo la visita alla fantastica cattedrale, consacrata alla fine del 1600, andammo a visitare il museo delle navi vichinghe  che, anche se non ci sono testimonianze dirette, sarebbero state  le prime a scoprire l’America. Io e Veronique siamo saliti sul ponte di comando del  la più famosa nave dei guerrieri nordici impugnandone con orgoglio  il timone di comando. Quella fu una delle poche foto salvate dal furto dei bagagli subito in Germania nel viaggio di ritorno. A Oslo Umberto riempì di appunti il suo quaderno di viaggio con le visite fatte alla Galleria Nazionale, al Museo Folkloristico norvegese e alle più di centinaia di abitazioni della storia antica del paese.

La sera ci concedemmo una discoteca tradizionale dove si ballava  tango, valzer  e ritmi moderati. Durante quella serata io, per fare lo spiritoso, feci arrabbiare le ragazze che facevano parte del nostro gruppo. Accanto al nostro tavolo c’era un coppia che attirò subito l’attenzione di tutti: lei, giovane molto, ma molto bella, era in grande imbarazzo perché il suo compagno, evidentemente messo ko dalle troppe birre bevute, aveva reclinato la testa sul tavolo e si era profondamente addormentato. Io, mentre mi esibivo in un tango argentino, incrociai i suo occhi: lei mi  sorrise   ed io accettai quel sorriso come un invito. Al ballo successivo andai ad invitarla. Ballammo a lungo mentre il suo compagno continuava a dormire, tanto a lungo che quando rientrai al mio tavolo, le quattro o cinque ragazze della nostra compagnia, si rifiutarono di ballare con me offese perché, mi disse poi Umberto, le avevo trascurate a favore della ragazza del “ bello addormentato”.

L’indomani salimmo alla collina Holmenkollen dove sapevo, grazie alle cronache delle gare di sci italiane, che era stato installato l’omonimo e il più antico, il più alto e il più pericoloso trampolino di questo sport.

Il famoso  Parco Vigeland  di Oslo  richiese ore ed ore della nostra attenzione per osservare le numerose statue e sculture che, dicevano le guide in varie lingue, rappresentavano simbolicamente il percorso della vita di ogni essere umano.

La sera prima di lasciare Oslo volli fare una deroga al budget che mi ero imposto e, consigliato da una delle direttrici dell’Ostello, invitando Veronique e la sua amica, andammo a cena vicino al porto di Aker Brygge in un locale  dove tirammo a lungo la serata condita da buona musica e da uno spettacolo di balletti folkloristici del posto. Quella sera convinsi Umberto, dopo molte insistenze, ad esibirsi nelle danze con l’amica di Veronique. Il quasi sedicenne mio compagno di viaggio, se la cavò così bene che,se gli avessi dato retta, avremmo passato in quel locale tutta la notte. Ma c’era l’ultima tappa da affrontare: Oslo – Bergen 529 chilometri da percorrere, io alla guida, e lui a concedersi pause di sonno sul sedile reclinabile della 500.

©Settimo Momo Mugano

 

Per leggere la prima parte del racconto, pubblicato il 3 settembre 2017, cliccare: La favolosa 500 FIAT- di S. Momo Mugano

 


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