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Olbia. Dal baule di Nadia: ricordi di una Pasqua lontana

I ricordi di un’Olbia che non c’è più e dei suoi fantastici personaggi

Si avvicina la Pasqua e con essa si riapre il baule dei ricordi di bambina. Quando ero bambina, la Settimana Santa era tutta una frenesia di cose da fare e funzioni a cui non mancare. Sembrava che il calendario assumesse un significato più pieno e profondo.
Ricordo che si iniziava già dal lunedì quando i vestiti nuovi, fatti da mia zia che era sarta, dovevano essere terminati, ben stirati e pronti per essere indossati. Spesso avevano il bustino a “nido d’ape” ricamato a mano da mamma e la gonna vaporosa, la biancheria anch’essa nuova, ai tempi rigorosamente bianca per noi bambine, e le scarpe modello “ballerina” in vernice blu o nera. Il martedì era il giorno delle “formagelle” o “casciatine” come le chiamavano mamma e zia; erano sempre di due tipi se non tre: quelle di ricotta, dolci e con l’uva passa; quelle di formaggio meno dolci e molto più grandi, anch’esse con l’uvetta; quelle miste di ricotta e formaggio, che una volta cotte si gonfiavano e rimanevano bombate come lievitare, spumose dentro e soffici.
Già dal mattino a casa era una gran frenesia. Il mio compito mattutino era ripulire l’uva passa dai piccioli secchi che dovevano essere staccati uno ad uno dopo che l’uvetta era stata messa a bagno in acqua tiepida un paio d’ore per farla rinvenire. Nel frattempo mamma preparava l’impasto della ricotta, che doveva essere bella morbida ma non acquosa, che doveva essere lavorata con un uovo o più, a seconda del peso, fino a diventare liscia e spumosa. Nel frattempo zia, guardata attentamente da mamma e, ai tempi da nonna Antioca Mura, preparava la pasta “violada” ovvero impastata con farina poca acqua, strutto – rigorosamente fatto in casa – “quanto basta”  e pochi cucchiaini di zucchero. E su quel “quanto basta”, proprio di chi ha fatto le cose da generazioni, nascevano sempre discussioni: “…tappo nadu chi es troppu….nono es pagu….asa a biere che s’impastu no violada…ehi t’appo nadu chi anda ene… “. Finché, finito di lavorare il famoso impasto che doveva avere la giusta consistenza, mattarelli alla mano, iniziavano a spianare la pasta.
Mamma faceva le forme con una vecchia tazza da caffelatte conservata a posta e poi le tagliava con una rondella che era stata di mia bisnonna e che faceva il “taglio zighirinato” come piaceva a nonna, mentre zia e nonna, cucchiaio e cucchiaino alla mano mettevano la giusta quantità di impasto e piegavano le alette della pasta alla giusta distanza, perché venisse un cestellino.
Di tanto in tanto mi veniva concesso l’onore di chiudere una formagella, sotto gli occhi vigili di zia che controllava che non avessi stretto poco la pasta. Finite le formagelle di ricotta era il turno di quelle di formaggio che richiedevano una lavorazione particolare perché il formaggio appena fatto che era stato comprato giorni prima dal pastore, doveva aver raggiunto la giusta “consistenza”, per provare la quale ne veniva tagliato un pezzetto dalla forma e messo in una padellina per vedere se “filava” nel modo giusto. Se era pronto mamma procedeva a macinarlo e a preparare l’impasto.
Nel frattempo che mamma e zia pensavano alla famosa pasta anch’essa “violada”, mi veniva affidato il compito di realizzare delle polpette ben pressate e della stessa misura che poggiavo nei piatti preparati. Mentre nonna iniziava ad aggiungere legna nella “cucina economica” per portare il forno alla giusta temperatura mi raccontava di quando, a Sindia, paese di origine di nonna e mamma, lei di formagelle ne impastava almeno per cinque misure di farina, che corrispondevano a circa 25 kg, per poi portarle in regalo, per le anime dei morti, a tutto il vicinato e parentato vario. Mi sono sempre chiesta come una donnina minuta come nonna potesse impastare tanta farina, quando noi, con la nostra tecnologia, se facciamo un chilogrammo di biscotti siamo già ko!
Mah… misteri di una generazione che non conosceva le lavatrici ma andava al fiume a lavare con la lisciva; non conosceva i piatti di carta e non mangiava nel petrolio ma nella porcellana o ceramica e non disboscava mezza foresta per produrre tovaglioli, seppure dopo doveva lavare tra il chiacchiericcio dei pettegolezzi di paese; misteri di una generazione che ha conosciuto le guerre, i sacrifici, la povertà, ma ha sempre mantenuto saldi i propri valori e la propria identità e che invidio follemente. Ma torniamo a quei giorni e alle formagelle…
Ultime da preparare erano quelle miste di ricotta e formaggio che dovevano essere fatte con cura, perché nella cottura gonfiassero come fossero veri tortini e, tolte dal forno, non si abbassassero più. Quelle non avevano uva passa, ma rimanevano soffici e spugnose, niente affatto asciutte ed erano una vera delizia. Alla fine della giornata la casa profumava di dolci e già dalle scale se ne sentiva l’invitante aroma, tanto che Mauro, Licinio, Barbara ed Aurora, nel salire al piano di sopra, dove ai tempi abitavano, aprivano la porta di casa per un “primo assaggio”.
Le formagelle, una volta raffreddate, erano riposte nelle “colbulas”, i grandi cesti capienti e profondi, con parte del fondo rivestito di stoffa, intrecciati a mano, che nonna aveva portato con sè, quando da Sindia si era trasferita da noi “in città”. Il Giovedì Santo iniziava al mattino con la distribuzione dei vassoi con le formagelle ai parenti e vicini di casa: io potevo andare a portarli a casa di mia madrina, che abitava al piano di sopra essendo Minnia Putzu; da zia Michelina, che viveva con la figlia Margherita, una bambina down, per la quale era vietatissimo fare domande ed abitava nella casa di fronte alla serranda dell’officina di papà, ed infine da Anna e Teresa Giua che avevano il piccolo negozio di pane in Via Dettori, di fronte al baretto di zio Nardino, soprannominato “pinzellu”.
La sera si concludeva con la visita ai sepolcri delle “sette chiese” e la consegna de “su nennere”, il piatto con il grano appena germogliato che avevamo messo sotto il cotone umido il primo giorno di quaresima, che avevamo curato per 37 giorni e decorato, quel pomeriggio, con carta crespa e fresie profumate. Nel nostro caso, però, poiché mamma non guidava e nelle vicinanze, ai tempi, c’era solo la Chiesa di San Paolo e quella di San Simplicio, si finiva sempre con l’andare a San Paolo ed entrare ed uscire, pregando, per sette volte dalla stessa porta.
Che significato avesse questo rito non l’ho mai saputo, ma mamma aveva sempre fatto così con nonna e ancora oggi il giovedì io esco la sera, dopo la Santa Messa serale, a vedere i sepolcri di sette chiese, visto che adesso che la città è cresciuta non c’è bisogno di andare per le campagne a cercare le diverse chiesette. Dal momento in cui si rientrava a casa dalla visita ai Sepolcri, iniziavano le ore di meditazione, preghiera e silenzio. Non potevamo accendere la televisione, tranne papà per il telegiornale, mentre noi “donne” recitavamo il Rosario. Il Venerdì Santo era ancora giorno di silenzio, preghiera e digiuno, quando persino i giochi chiassosi erano vietati.
La notte si andava tutti insieme a “S’iscravamentu”, la deposizione di Gesù dalla Croce. Ricordo la paura nel sentire i colpi di martello sulla Croce e vedere gli strumenti di tortura e la corona di spine con i chiodi che venivano presentati alla Madonna Addolorata. Di seguito facevamo tutti insieme la processione della Via Crucis e, stanchi, rientravamo a casa a notte fonda. Il sabato era ancora giorno di silenzio e preghiera fino alla domenica quando finalmente, indossati gli abiti nuovi, si andava tutti insieme a “S’incontru” tra la Madonna e il Cristo Risorto e, in processione, fino alla chiesa di San Paolo per la Santa Messa Pasquale. Dopo il classico aperitivo degli adulti, presso al Caffè Italia, si festeggiava, con un lauto pranzo a base di agnello e capretto, la Resurrezione di Gesù.
Terminato il pranzo finalmente avevamo il permesso di aprire le Uova di Pasqua. Non vi dico quanto saliva l’adrenalina mentre scioglievamo i grandi fiocchi ornati da fiori finti, toglievamo la carta lucida e poi stagnola per scoprire la cioccolata e, finalmente, poter aprire l’uovo e scoprire la sorpresa. Credo di aver collezionato più porta chiavi e/o cavallini o Pinocchio in legno, di quelli che premendo sotto il piedistallo si “snodavano” tutti in segno di inchino, di quanti potrebbe averne un vero collezionista, ma pur intuendo in anticipo la sorpresa, la gioia era grande perché erano tempi in cui si giocava con poco e ci si divertiva con niente.
Oggi che i tempi sono cambiati ed il mondo viaggia ad una velocità supersonica, dovremmo far tesoro dei nostri ricordi e lasciare che, di tanto in tanto, fuoriescano dai bauli polverosi della nostra memoria, perché le nostre radici rimangano ben salde. Felice Pasqua a tutti.
©Nadia Spano

 


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