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Bambino maltrattato in comunità: la denuncia di una madre

Una nuova agghiacciante denuncia

Olbia, 18 agosto 2017 – Due bambini tolti alla madre (che pur detiene la responsabilità genitoriale), presunti maltrattamenti, due denunce e l’intervento del Consolato brasiliano: è questo il riassunto di una spinosa vicenda denunciata dal Comitato dei Cittadini per i Diritti Umano Onlus (Ccdu) nella giornata di ieri. La vicenda si svolge nel Sud della Sardegna e ha come protagonista una madre di origine brasiliana e i suoi due figli.

“Ieri (avantieri per chi legge) si è svolta un’udienza presso il Tribunale per i Minorenni di Cagliari in seguito all’appello dell’avvocato volto a proteggere un bambino che ha denunciato (con tanto di lividi ed escoriazioni) di essere stato picchiato dagli operatori di una comunità – scrive il Ccdu in una lunga nota stampa -. Alcune settimane fa una mamma brasiliana aveva sporto denuncia nei confronti degli operatori di una comunità che avrebbero maltrattato il figlio maggiore, ospitato in una comunità assieme alla sorellina di tre anni. La mamma ha segnalato il fatto anche ai Servizi Sociali, che però non le avrebbero creduto. L’avvocato, a seguito di una certificazione ASL, che attesta la presenza di una sindrome da disadattamento, ha presentato un appello urgente per proteggerlo sia dai danni psicologici della separazione dalla mamma, sia dai danni fisici dei maltrattamenti riferiti dalla mamma stessa. Alcuni giorni fa il bambino si è presentato all’incontro con la mamma con un orecchio fasciato, raccontando di essere stato malmenato nuovamente da un operatore. Il Tribunale ha preso tempo e non sembra intenzionato a intervenire tempestivamente, nemmeno per spostare i bambini in un’altra comunità“.

Come spiega l’associazione, la madre ha deciso di rendere pubblica la vicenda anche attraverso i social network e la condivisione di un video dove il minore racconta i presunti maltrattamenti.

In seguito a una separazione molto conflittuale, l’anno scorso il tribunale accoglie la richiesta del Pubblico Ministero di affidare i figli ai servizi sociali, anche se la mamma mantiene la responsabilità genitoriale. In seguito, quando la mamma si ritrova senza casa, i servizi, invece di trovare a mamma e figli un appartamento (soluzione preferibile non solo per la famiglia, ma anche per la malandata finanza pubblica), con una decisione che lascia perplessi, dispongono di istituzionalizzare la famiglia, collocandola in una comunità madre-bambino – continua la nota stampa dell’associazione -. E in comunità le cose non vanno bene: ci sono conflitti con gli educatori sull’educazione dei figli. La madre vuole crescere i figli a modo suo, mentre gli operatori hanno delle opinioni diverse: il contesto di cattività – anziché migliorare la situazione, l’ha fatta precipitare. Secondo la mamma, i conflitti nascono dall’età avanzata degli educatori, dalla loro mancanza di pazienza e dai loro modi bruschi (strattonerebbero i bambini e li maltratterebbero); lei vorrebbe usare un’educazione fondata sul dialogo e sulla comunicazione. Da questo nascono dei conflitti verbali – anche accesi – con gli operatori. Questi scrivono una relazione, riversando sulla mamma molte responsabilità e problematicità di natura psicologica soggettiva. Alcune critiche alla madre sono addirittura contrastanti – la mamma appare colpevole di occuparsi troppo dei bambini e, allo stesso tempo, di non occuparsene abbastanza – ma il Tribunale le accetta come oro colato. Per risolvere la questione (dovuta, secondo il Tribunale, non alla situazione di cattività in cui sono obbligati a vivere, ma a presunte “criticità psicologiche” della mamma), si stabilisce l’allontanamento per garantire ai ragazzi “un ambiente sereno e stabile”. Le colpe della mamma sono così riassunte: grave inadeguatezza; non rispetta le regole di vita comune della struttura (si ribella, cioè, all’istituzionalizzazione); e si contrappone con forza al linguaggio volgare agli operatori. In altre parole: si ostina a voler fare la mamma – segno evidente, a quanto pare, di malattia mentale. Il padre non viene neppure preso in considerazione, e nel decreto non si parla di visite con il padre. I bambini vengono tenuti in comunità, lontano dalla famiglia e dagli affetti, sebbene siano presenti e disponibili sia i nonni sia la zia”.


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